I comuni

Acquasanta Terme

acquasanta_optCentro di antica origine situato a circa diciotto chilometri da Ascoli Piceno, è oggi capoluogo di un vasto territorio di centotrenta chilometri quadrati, comprensivo di oltre cinquanta frazioni. Deve il suo nome alle sorgenti idrosolforose conosciute in epoca antica per le molteplici proprietà terapeutiche.

Già duemila anni fa le grotte e le salubri acque termali costituivano un importante punto di sosta lungo l’antico tratturo preistorico, poi divenuto la via consolare Salaria; sulla Tabula Peuntigeriana (copia medievale di una carta stradale ad uso dell’esercito imperiale romano), le terme risultano indicate come “Vicus ad Aquas”, in corrispondenza dell’odierna di Santa Maria, frazione che conserva ancora mosaici, vasche, condutture in piombo e cotto ed iscrizioni antiche.
Lo stabilimento termale rimane ancora oggi un importante richiamo turistico poiché al suo interno vengono praticate diverse terapie  a base di acque e fanghi termali per la cura delle patologie croniche dell’apparato respiratorio e di quello osteoarticolare.
Attraverso la strada consolare Salaria, nei primi secoli dopo la morte di Cristo, si diffuse un forte senso religioso e mistico legato a figure di eremiti il cui nome contrassegna ancor oggi molte grotte e boschi della zona, come, ad esempio, la grotta di sant’Egidio sopra Novele, la foresta e la grotta di san Gerbone nelle montagne di rocca di Montecalvo, la grotta di sant’Angelo, scavata nel versante sud della Montagna dei Fiori e la sorgente chiamata fonte sant’Amico sulla montagna del Maularo. Furono poi i monaci benedettini ad evangelizzare e creare insediamenti nell’acquasantano fondando chiese e conventi.  Ma le invasioni barbariche del V secolo d. C. e quella dei longobardi comandati dal duca di Spoleto Faroaldo nel 578 sconvolsero la vita locale: questi territori furono assoggettati al dominio dei nuovi popoli che, dopo aver riconosciuto per ragioni politiche la figura del Pontefice, crearono in queste zone lo Stato della Chiesa durato fino al 1860. Le fonti indicano che Carlo Magno, intervenuto in Italia in aiuto del Pontefice contro le popolazioni barbariche, e incoronato imperatore nell’800 dopo Cristo, sostò presso le terme di Acquasanta con il suo esercito, ma cessato il dominio dei Franchi il territorio fu devastato dalle incursioni dei saraceni.
Il X secolo segnò un momento di rinascita, favorita dall’ingerenza che i monaci farfensi di Santa Vittoria in Matenano avevano sul territorio, che divenne in gran parte di loro proprietà grazie alle ricche donazioni di signori come Longino Azzone, signore longobardo di Offida.
Dal Cronicon farfense risulta che nei dintorni del castello di Acquasanta, per terza parte possesso farfense, il vescovo Adamo, già abate di Farfa nel 986, costruì il monastero di S. Benedetto in Valledacqua, situato poco dopo gli incasati di Paggese e Castel di Luco lungo la strada che conduce alla frazione di San Martino.
Numerose testimonianze d’archivio documentano per tutto il periodo medioevale le vicende di questo territorio e le diatribe dei signorotti locali con quelli circostanti, mentre scarsi sono i riferimenti riguardo la costituzione del Libero Comune. Seppure con le Costituzioni Egidiane del 1357 si fosse data un’organizzazione politica al territorio e si fossero rinsaldati i legami tra le città di Ascoli e Acquasanta, continuarono gli scontri tra signori e famiglie locali; inoltre queste zone divenivano rifugio di fuoriusciti e banditi che Ascoli inseguiva e scovava per mezzo di bande armate che sconvolgevano la vita dei paesi. Il fenomeno del brigantaggio si ripropose in maniera particolarmente drammatica nell’Ottocento, durante le lotte connesse al processo di unificazione italiana, quando fu attuata una feroce repressione da parte del generale Ferdinando Pinelli al comando delle truppe piemontesi.
Nel 1866 Acquasanta divenne capoluogo di un vasto e articolato territorio, dopo che un regio decreto aveva sancito il 15 dicembre 1865 l’unificazione di cinque comuni: Santa Maria, Acquasanta, Montacuto, Quintodecimo e Montecalvo.

Arquata del  Tronto

Rocca 001_optIl comune di Arquata del Tronto è costituito da tredici frazioni e confina con tre regioni: Abruzzo, Lazio, Umbria. È l’unico comune d’Europa incluso in due parchi nazionali: il Parco Nazionale dei Monti Sibillini e il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. I nuclei abitati più importanti distribuiti sul suo territorio sono: Trisungo, Spelonga, Colle, Pescara del Tronto, Capodacqua e Pretare.
Il suo toponimo non deriva dal latino “arx”, rocca (cfr. Marche, Touring Club Italiano, 1979), ma da “arcuata”, derivato da “arcus”, attribuito a sua volta ad un referente non individuabile con precisione, forse una curva, una svolta o anche qualche grotta o galleria.
Il capoluogo, in posizione sopraelevata a nord della strada consolare Salaria, domina la zona circostante ed è costituito dal Borgo nella zona bassa, anticamente popolato dagli artigiani e dai contadini protetti dal signore del Castello, dalla Rocca, circondata da un piccolo parco in altura, e dal paese, sede del palazzo municipale con la torre civica.
Le prime notizie storiche che testimoniano la presenza di un nucleo abitativo nella zona vicino Acquasanta e a ridosso con la strada Salaria, la via di comunicazione più importante della zona, sono di epoca romana. Alcuni storici collegano l’indicazione “Surpicanum” della tavola Peutingeriana, posta tra la “statio” di “ad Martis” (Amatrice) e quella di “ad Aquas” (Acquasanta) con l’odierno incasato di Arquata. Anche se l’identificazione del suddetto riferimento con il paese di Arquata non è confermata da alcun rinvenimento archeologico, all’altezza dell’odierno incasato vi era una strada secondaria che si dipartiva da “Surpicanum” per raggiungere Fermo attraverso Montegallo, Comunanza ed Amandola.
Il 13 gennaio 1831, a Trisungo fu rinvenuto, nell’alveo del fiume Tronto, in cui era rotolato e andato disperso, un rocchio di colonna con iscrizione latina riconosciuto come cippo miliario della via Salaria che segnava il novantanovesimo miglio da Roma (un miglio romano = millecinquecento metri circa). Sul cippo, risalente all’epoca in cui Augusto fece rinnovare la strada, si legge:

IMP.CAESAR.DIVI.F
AUGUSTUS COS. XI
TRIBU.POTEST.VIII
X.S.C.
XCVIIII

Il sovrastante sperone roccioso su cui è oggi situato il paese di Arquata è compreso tra il fiume Tronto e il fosso della Camartina; esso venne occupato con tutta probabilità nel periodo alto medievale, durante la guerra tra goti e bizantini e pure a causa delle invasioni dei popoli barbari che resero a lungo insicure le zone di fondovalle. Del periodo altomedievale, però, non si hanno tracce certe e le strutture visibili più antiche sono attribuibili ad un periodo posteriore al XV secolo.
In realtà, la più antica menzione del paese risale al 1099 quando l’abate Berardo III di Farfa certificò l’acquisto di tutto il suo territorio; lo sviluppo dell’attuale insediamento si ebbe nel periodo medievale, quando con il ripopolamento del territorio e lo sviluppo dell’agricoltura nell’epoca dei Liberi comuni vennero costruite le mura di cinta.
Sempre nel periodo tra l’XI e il XII secolo venne costruita la Rocca, che nel corso degli anni ha naturalmente subito modifiche e adattamenti funzionali. Il punto di incontro tra diverse direttrici viarie segnerà per Arquata un destino di lotte e aspre contese, soprattutto tra i potentati di Ascoli e Norcia che per secoli si contenderanno questo presidio sulla Salaria e sul fiume Tronto. Infatti, dalla Salaria verso il Borgo si dipartivano importanti percorsi, come ad esempio il collegamento attraverso Piedilama con Comunanza, Petritoli e Fermo, quello che giungeva a Norcia attraversando Tufo, Capodacqua, Forca Canapine, Passo di San Pellegrino, ed ancora la strada che passava per Amatrice e permetteva di raggiungere l’Aquila.
Nel 1255 il castello di Arquata si sottomise spontaneamente ad Ascoli per riceverne protezione anche contro le frequenti incursioni degli insidiosi norcini.
Durante lo scisma che nel XIV secolo vide la sede papale trasferirsi da Roma ad Avignone, la città di Ascoli non tardò a riprendersi la propria indipendenza, cosicché Arquata, ancora fedele alla Chiesa, si dissociò dall’operazione politica, e subì però la vendetta e l’assedio delle truppe ascolane che ne riassunsero violentemente il controllo. Per tutto il Trecento, nonostante numerosi conflitti e tensioni, Ascoli manterrà il controllo del caposaldo arquatano.
Solo nel 1429 la città di Norcia, dopo pressanti e continue richieste a papa Martino V, riuscì ad ottenerne il dominio. Ascoli tentò con la forza di riaverne ragione nella seconda metà del Quattrocento, ma ci riuscì solo per breve tempo, perché nel 1491 Arquata fu nuovamente e definitivamente assegnata da papa Innocenzo VIII a Norcia.
Nel 1809 con l’invasione francese la prefettura di Norcia fu abolita ed Arquata venne assoggettata a Spoleto, capoluogo del dipartimento del Trasimeno. In questo periodo venne ristrutturata e fornita di un presidio militare permanente che ne fece, insieme a Perugia e Spoleto, il terzo fortilizio del dipartimento del Trasimeno. Dopo la caduta di Napoleone, nel 1832 il governo pontificio tolse Arquata a Spoleto e la pose sotto la giurisdizione pretoriale di Ascoli.
Tra le emergenze artistiche e le testimonianze storiche più caratteristiche dei paesini di Arquata è degno di nota il cippo di Trisungo rinvenuto nel fiume Tronto nel 1831, risalente all’anno 16-15 a.C., sotto l’impero di Augusto.
Vi è poi la chiesa ottagonale intitolata alla Madonna del Sole nella frazione di Capodacqua che venne costruita nel 1528 su progetto di Cola dell’Amatrice, anche se tale attribuzione è stata smentita dalla critica più recente. Questo edificio rappresenta un esemplare di chiesa mariana dell’Italia centrale e costituiva un punto di riferimento per la vita economica grazie all’abbondanza d’acqua della zona e al traffico di pastori e mercanti che vi organizzavano fiere e mercati.
Il tempietto a pianta ottagonale è costruito completamente in arenaria; uno dei due ingressi presenta un bel rosone, iscrizioni, invocazioni e la stilizzazione del Sole e della Luna.
Anche a Colle vi è un’interessante chiesa cinquecentesca dedicata a San Silvestro; edificata in posizione isolata all’ingresso del paese conserva al suo interno un affresco di Dionisio Cappelli del 1511.
Nella chiesa di San Salvatore di Borgo è conservato un crocifisso di arte romanica realizzato in legno policromo, anche se è stato ridipinto in epoca posteriore; nel convento di San Francesco viene conservata una preziosissima copia della Sacra Sindone di Torino.
Nella frazione Pescara viene conservata una delle più antiche croci astili in rame sbalzato e applicato su armatura lignea, opera appartenente all’arte umbro sabina della seconda metà del 1200.
Vi è poi Spelonga, il cui toponimo fa riferimento alle vecchie abitazioni di terra in mezzo agli alberi: infatti, a seguito delle invasioni barbariche dell’alto medioevo, le popolazioni si dispersero tra le grotte delle montagne popolando le zone intorno all’odierno abitato.
La chiesa di Santa Agata, costruita nella seconda metà del Quattrocento, conserva numerosi dipinti ed affreschi di notevole pregio ed anche una famosa bandiera turca in tessuto rosso con sopra lo stemma mussulmano, che la tradizione fa risalire al XVI secolo, quando gli Spelongani che parteciparono alla battaglia di Lepanto la strapparono al nemico.

Montegallo
montegallo_optIl comune di Montegallo, sito a circa trentatre chilometri da Ascoli Piceno nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini, individua a Balzo il proprio capoluogo, ma si configura come un complesso di piccoli centri anticamente autonomi e non aggregati intorno ad un vero e proprio capoluogo.
Secondo Arcangelo Rossi Brunori, l’area costituita da questi insediamenti assumeva il nome di Santa Maria in Lapide in ragione dell’omonima chiesa che sorgeva su di un grosso masso tufaceo nella vallata del torrente Rio presso la quale era posta una lapide miliaria, ad indicare la deviazione di un’antica strada consolare.
Secondo alcuni storici, infatti, la chiesa  di Santa Maria in Lapide era una delle stazioni dell’antica percorrenza romana tra Arquata ed Helvia Recina, e tale diverticolo fu utilizzato anche nel Medioevo poiché collegava i territori di Arquata, Montegallo, Montemonaco, Montefortino, Amandola, Sarnano, San Ginesio fino a raggiungere il passo di Colfiorito a nord, e a sud il passo di Forca Canapine e Castelluccio.
Con la denominazione di Santa Maria in Lapide veniva comunque probabilmente intesa l’area di pertinenza dell’odierna parrocchia e solo più tardi, durante la dominazione franca, tutta l’area dell’odierno comune avrebbe adottato la denominazione di “Mons. Sanctae Mariae in Gallo”. Infatti alcune fonti riferiscono che Carlo Magno avesse inviato a governare queste zone un suo vicario, certo Mark Gallus, che conferì al luogo il proprio nome. I moderni dizionari di toponomastica invece, pur non escludendo a priori questa ipotesi, fanno derivare il nome Montegallo dal composto “Monte” ed il derivato del germanico “Wald” = bosco.
Per un certo periodo sia la denominazione di Santa Maria in Lapide che quella di Mons. Sanctae Mariae in Gallo continuarono ad essere utilizzate, cosicché nel frontespizio dello Statuto del Comune troviamo “Terris Montis Sanctae Mariae in Lapide”, alias “Montis Gallorum”, mentre nelle Costituzioni Egidiane del 1357 troviamo Mons Sanctae Mariae in Gallo.
Probabilmente queste zone vennero abitate fin dall’epoca preistorica e nel periodo Piceno, anche se mancano fonti e studi che possano fornire specifiche notizie, ma sicuramente in epoca romana la zona ospitava diversi insediamenti poiché attraversata, come indicato dalla tavola Peutingeriana, dall’importante deviazione della via Salaria che conduceva da Arquata a Fermo seguendo il tracciato Montegallo-Comunanza- Amandola, di cui, come già detto, la chiesa di Santa Maria in Lapide costituiva un’importante stazione.
Nell’alto medioevo, quando le campagne si spopolarono per il disfacimento dell’impero romano d’occidente e in tutta la penisola imperversavano le cruente battaglie della guerra goto-bizantina e delle invasioni barbariche franche e longobarde, il territorio Piceno fu organizzato e tenuto attivo dall’opera dei monaci benedettini. La loro organizzazione agricola divenne la comune struttura sociale ed economica:  essi furono per secoli punto di riferimento per le comunità dei villani che lavoravano alle dipendenze dei chiostri.
Anche la parrocchia di Santa Maria in Lapide stette sotto il dominio farfense dal 1039 al 1572 pur rimanendo sempre libera con un governo civile di stampo repubblicano che prevedeva un Parlamento generale e otto Priori. Ad amministrare la giustizia era il Podestà, mentre il Sindaco aveva il compito di governare e amministrare i beni del comune; un Concilio di Credenza, composto da sedici membri discuteva le proposte da portare in parlamento.
Questa sua indipendenza messa in pericolo per brevi periodi dalle mire della città di Ascoli, fu sempre gelosamente difesa, tanto che nelle costituzioni del Cardinale Egidio Albornoz  “Mons Sanctae Mariae” in Gallo veniva riconosciuta come terra libera.
Nella seconda metà del Trecento il territorio di Montegallo fu funestato da lotte e rivalità di fazione tra guelfi e ghibellini e dalle azioni spavalde di due “teste calde” come Galeotto Malatesta e Filippo Tibaldeschi.
Le azioni di rivolta dei montanari contro i soprusi dei signorotti portarono il Malatesta a scatenare azioni violente contro diversi castelli tra cui quello di Fonditore e di Santa Maria in Lapide causando la perdita di molti soldati e di feroci vendette. Le rivolte dei montanari furono a questo punto così tenaci da espellere definitivamente il Malatesta.
Nonostante la pace procurata alla zona dal legato Egidio Albornoz e dalle Costituzioni emanate nel 1357 molte altre lotte faziose incendiarono per secoli queste terre.
Nel Cinquecento il brigantaggio si scatenò come prodotto dei conflitti sociali ed ebbe come focolaio l’Abruzzo: esso fu fenomeno significativo e frequente, forma di lotta radicata nella cultura di questi posti. Tra il 1789 e il 1860 il brigantaggio si diffuse invece come forma di lotta contro l’ingerenza dei francesi e si riaccese come lotta di resistenza nel Risorgimento contro l’unificazione italiana e in difesa dello Stato Pontificio. I montanari, di parte reazionaria, si batterono contro il generale Pinelli, ma furono costretti a capitolare ed assistere alla nascita del Regno d’Italia e del comune di Montegallo nel 1861.
Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo venne portata a compimento un’opera molto importante per il montegallese: la costruzione dei due tronchi di strada del Galluccio e del Fluvione. Per la prima, che metteva in comunicazione Montegallo con Forca di Presta ed Arquata, vennero investite ingenti risorse economiche anche se il primo braccio di strada, lungo sei chilometri, risultò presto danneggiato da una frana avvenuta nel 1901.  Nel 1894 iniziò invece la costruzione della strada, lunga circa undici chilometri, che congiungeva Montegallo con Roccafluvione fiancheggiando il Fluvione. La strada venne inaugurata nel 1899.

Roccafluvione
ponte nativo_optIl comune di Roccafluvione comprende un territorio molto ampio situato nella valle del Fluvione che nei secoli ha subito molte trasformazioni per ragioni storiche, politiche ed economiche.
Anticamente il capoluogo era situato a Roccacasaregnana e solo nel 1863 assunse la denominazione di Roccafluvione. Il toponimo deriva dal composto di “Rocca” con “Fluvione”, che formalmente richiama il latino “fluvius” cioè “fiume”, ed è probabilmente di tradizione dotta. Nel 1866 un regio decreto soppresse i comuni di Osoli e Roccareonile per riunirli al neonominato comune, ma solo nel 1875 la sede comunale si spostò definitivamente in frazione Marsia, dove si trova attualmente. Al comune di Roccafluvione vennero poi accorpate le frazioni di Casacagnano, Cerqueto e Valcinante prima annesse al comune di Venarotta.
Il territorio fu abitato sin da tempi antichissimi, ma le poche notizie rimaste e i reperti archeologici rinvenuti non consentono di azzardare datazioni precise. Tra gli oggetti di scavo assumono particolare importanza un antico ripostiglio databile tra l’XI e il X sec. a.C., riferibile alla civiltà protovillanoviana (X-VIII secolo a.C.), un elmo a calotta emisferica in bronzo, riferibile alla civiltà Picena della metà del VI secolo a. C., e le 25 conchiglie “puntuculus” che alcuni studiosi attribuiscono alla sepoltura di un individuo proveniente da territori marittimi. Nel II secolo d.C. i territori piceni, e probabilmente anche il territorio del Fluvione, entrarono a far parte della regione denominata “Flaminia et Picenum Annonarium”, mentre nel V secolo d.C. tale territorio, facente parte della V regio Augustea, prese il nome di “Picenum Suburbicarium”. In seguito alla caduta dell’impero romano queste zone furono soggette al degrado e alle distruzioni portate dalle guerre e dalle scorrerie dei barbari.
La presenza dei barbari e dei longobardi ha lasciato le sue tracce nei toponimi, nei ritrovamenti effettuati in alcuni paesi come Sala e Forcella e nei resti di fortificazioni e torri di avvistamento per il controllo del territorio. In quest’epoca gli insediamenti si costituiscono in punti strategici a ridosso della Salaria creando punti di controllo e collegamento a vista come si riscontra tra Sala, Forcella e Cagnano di Acquasanta Terme.
Intorno all’anno mille si moltiplicano anche gli insediamenti fortificati, dovuti all’incastellamento medievale, con la conseguente configurazione sociale economica e amministrativa del feudo. Tracce di “castra” o “castella” feudali si possono intuire a Scalelle, Pastina, Roccacasaregnana, Agelli, Poggio Paganello, Vetreto e Forcella.
Forte è l’ingerenza dei monaci farfensi che ricevettero una ricca donazione di territori del Fluvione da due nobili longobardi, Trasmondo di Hilperino e Biliarda d’Arduino; nel 1039 essi diedero all’abate Suppone un territorio consistente in settemila moggi di terra che interessava la vastissima area dal torrente Noscia fino a Pedara e Pastina.
Testimonianze architettoniche derivate dalla presenza dei benedettini di Farfa sono ancora oggi la chiesa di S. Stefano di Marsia, quella di S. Maria Assunta di Scalelle e quella dei Ss. Ippolito e Cassiano a Pedara.
Per secoli il territorio del Fluvione fu gestito in maniera disordinata da signorotti locali, fino a quando non giunse a porre ordine, per conto del papa che allora aveva la sua sede ad Avignone, il cardinale Egidio Albornoz. Le Costituzioni Aegidiane emanate dal Cardinale nel 1357 riportarono tutto il territorio marchigiano sotto il diretto controllo dello Stato Pontificio.