A passeggio con il naturalista

Abbiamo voluto raccontare l’area del Monte Ceresa immaginando un gruppo di ragazzi che, nel corso di una escursione, curiosi dell’ambiente attraversato, fanno domande a Luca, l’esperto naturalista che li accompagna. Luca risponde alle domande cercando di usare un linguaggio comprensibile ai ragazzi ed a persone non esperte dell’argomento.

_DSC0777_optLuca: “L’area del Monte Ceresa è una porzione di territorio praticamente unica per l’intera regione; essa, infatti, è stata dimenticata dalle profonde trasformazioni ambientali imposte in ambienti più urbanizzati. Per questo motivo, vi si ritrovano suggestivi  paesi disabitati, antichi mulini, stupendi boschi, inaccessibili valli fluviali, ed alcune persone che vi abitano conducono ancora una vita estremamente tradizionale tagliando legna, allevando bestiame e coltivando la terra. Avendo un’origine ed una natura geologica comune con i vicini Monti della Laga, possiamo subito osservare che l’area è molto simile a questi e si differenzia invece dagli adiacenti Monti Sibillini.
Elena: “Di cosa sono fatte quelle grandi rocce giallo-grigie ?”
Luca: “Quelle che comunemente chiamiamo rocce si sono formate in modo differente da territorio a territorio; nella nostra zona ci sono essenzialmente delle rocce dette “sedimentarie” formatesi per l’appunto da processi di sedimentazione avvenuti nell’arco di milioni di anni in antichi bacini marini più o meno profondi”
Giampiero: “Vuoi dire che queste rocce si sono formate nel mare?”
Luca: “Si. Grazie alle forze di compressione che si sono generate sulla crosta terrestre, in ragione del movimento di porzioni di questa, pian piano tali depositi sono stati piegati e spinti verso l’alto fino a formare questi monti.”
Giampiero: “Ma come fanno le rocce a formarsi in fondo al mare?”
muscaria ok_optLuca: “Per avere un’idea di come queste rocce si siano formate sul fondo del mare, possiamo pensare alla sabbia che, messa in un bicchiere pieno d’acqua, si deposita gradualmente sul fondo; mano a mano che nuovo materiale si deposita sopra agli strati precedenti, il peso li comprime e li salda formando strati diversi per composizione e spessore in relazione alle condizioni dell’ambiente di sedimentazione. Ciò premesso, rispondendo alla domanda di Elena, possiamo dire che quelle del Monte Ceresa sono essenzialmente arenarie, formatesi in bacini marini profondi con la deposizione di particelle derivanti dal disfacimento di altre rocce; queste al tatto sembrano quasi vellutate e sono prive di spigoli vivi perché risultano “tenere”, quindi relativamente facili da erodere; tipici sono i buchi prodotti da più fattori di erosione che si vedono ad esempio sui banconi rocciosi delle impervie rupi che sovrastano Agore, Rocchetta o Quintodecimo. Infilando una mano in questi buchi, sul fondo troviamo una fine sabbia che, mossa dal vento, agisce sulle pareti interne del buco aumentandone le dimensioni e liberando altra sabbia cementata nella roccia madre”.
Giampiero: “E le montagne che si vedono sullo sfondo?”
Luca: “Quello è il gruppo dei Sibillini; essi sono fatti prevalentemente di calcare, e si sono quindi formati in bacini marini poco profondi; il carbonato di calcio che forma tali rocce deriva dalla deposizione di gusci e/o parti di molluschi, coralli, alghe, foraminiferi, spugne di mare e crostacei; queste rocce hanno aspetto più resistente, spigoli vivi, e al tatto risultano solitamente meno lisce.
Alessandro: “È vero che le rocce arenarie si chiamano tufi?”
Luca: “È vero che dalle nostre parti tali rocce vengono dette tufi, ma è pur vero che ciò non è corretto; più precisamente, infatti, i tufi sono rocce originate da deposizione di ceneri vulcaniche, perciò, non essendo questa una zona vulcanica, non possono esserci; vengono quindi dette tufi solo per l’apparente somiglianza. Una differenza curiosa tra i veri tufi e la nostra arenaria, che comunemente è conosciuta anche col nome di “Pietra Serena”, è data dal fatto che i primi liberano un gas tossico, il Radon, che può addirittura portare alla morte se respirato a lungo; proprio per questo una casa con cantina o piano interrato costruita su arenaria non darà alcun problema, al contrario di una costruita sui tufi vulcanici.”
sorbo montano particol_optAlessandro: “Perché queste creste hanno tutte un versante ripido e seghettato ed uno liscio e di solito molto meno ripido?”
Luca: “Abbiamo detto prima che, per cause legate alla variazione dell’ambiente di sedimentazione, si sono formati degli strati di diversa natura e diverso spessore; quest’alternanza, visibilissima ad esempio sulla destra della Salaria dopo l’abitato di Quintodecimo, o nella valle di Tallacano sui versanti esposti a Sud, determina una diversa risposta all’erosione che l’acqua, raccolta in fossi, torrenti e fiumi, ha esercitato ed esercita tutt’ora sulle rocce stesse. L’acqua quindi, riuscendo ad erodere gli strati più teneri, fa cadere per gravità quelli sovrastanti più resistenti determinando la graduale formazione di un versante ripido; questo quindi arretrerà gradualmente aumentando la sua altezza ed assumendo il caratteristico aspetto seghettato. Lo strato su cui scorre il fiume, invece, risulta praticamente privo di asperità declinando secondo la sua pendenza. Basta guardare il Monte Ceresa da Est o da Ovest, per vedere come il ripido ed inaccessibile versante Sud che sovrasta l’abitato di Peracchia, si differenzia nettamente da quello a Nord che, degradando dolcemente verso il fiume Fluvione, ospita stupendi boschi di faggio e di castagno.”
Alessandro: “In questa zona ci sono solo boschi di faggio e di castagno?”
vipera_optLuca: “Ovviamente no; anzi, qui si ritrovano molti tipi di bosco, e più in generale un’elevata diversità di specie vegetali”.
Sara: “Perché il bosco di faggio sta più in alto di quello di castagno?”
Luca: “Allora, innanzi tutto dobbiamo fare una premessa: le piante non si distribuiscono sul territorio in maniera casuale, ma in ragione di specifiche condizioni ecologiche come temperatura, disponibilità di acqua, esposizione e tipo di suolo. Tali condizioni, cambiando con l’altitudine, l’esposizione e la presenza di locali microhabitat, determinano una copertura vegetale che sarà tipica per quell’ambiente e che si ritroverà in un altro territorio con condizioni ambientali analoghe”.
Sara: “Quindi la vegetazione del Monte Ceresa è uguale a quella dei Monti della Laga?”
Luca: “Non proprio uguale, ma comunque molto, molto simile. Pensiamo ad esempio ai castagneti: su questi due gruppi montuosi se ne rileva una forte presenza, e sono invece praticamente assenti sui vicini Sibillini. Stesso discorso vale per i popolamenti di invasione a pioppo tremulo e nocciolo, o quelli a betulla presenti sul versante nord di Pizzo Cerqueto, unici per l’intera Regione Marche”.
Sara: “Cosa sono i popolamenti di invasione?”
Luca: “Immaginiamo di tagliare una porzione di un bosco o di abbandonare un campo coltivato; se le condizioni ambientali lo permetteranno, si avvierà un processo, detto “successione secondaria”, secondo cui la vegetazione riprenderà a crescere fino a ricostituire il bosco originario. I primi alberi ed arbusti che occupano gli spazi liberati dal taglio o dall’abbandono, rappresentano appunto i popolamenti arborei ed arbustivi di invasione.”
Cristian: “Oltre quelle che ci hai detto, ci sono altre piante che si comportano in maniera simile?”
cinghiale_optLuca: “Ovviamente si; soprattutto arbusti come il ginepro comune, la rosa canina, l’erica arborea ed il prugnolo, risultano ideali per le fasi iniziali di colonizzazione, sia perché non sono graditi dagli animali erbivori per la presenza di spine o foglie pungenti e sia perché sono delle specie eliofile (elios = sole), che necessitano cioè di molta luce ed irradiazione diretta”.
Cristian: “Ma allora gli arbusti sono eliofili e rappresentano uno stadio precoce di un bosco?”
Luca: “Non tutti gli arbusti si comportano allo stesso modo; infatti, ce ne sono alcuni, detti sciafili, che crescono nel bosco come la laureola o la berretta del prete. Grazie a questa distinzione sarà possibile valutare lo stato di un bosco proprio in ragione del tipo di arbusti presenti: se ci saranno quelli eliofili significherà che il bosco ha subito un disturbo, la cui forza e distanza nel tempo sarà valutabile in ragione della quantità e del grado di sviluppo degli arbusti stessi.”
Cristian: “Che boschi ci sono nell’area del Monte Ceresa”
Luca: “Ricordando che le piante non si distribuiscono casualmente sul territorio, diciamo che a quote modeste, i boschi di roverella occupano cospicue porzioni di territorio compreso tra Roccafluvione e Ponte d’Arli; sui versanti esposti a nord,  a quote comprese tra i 400 ed i 900 metri, ci sono invece i boschi a carpino nero ed orniello che, detti Orno-ostrieti, risultano sostituiti dai castagneti per l’opera millenaria dell’uomo. Sopra i 900 metri ci sono quindi i boschi di faggio in cui è possibile ancora ritrovare specie vegetali particolarmente importanti come l’agrifoglio, il tasso e l’abete bianco. Tra il Monte Ceresa e Pizzo Cerqueto, a quote comprese tra i 600 ed i 1000 metri, è possibile inoltre riscontrare la presenza di locali popolamenti a cerro e rovere che solo in poche altre località delle Marche risultano presenti; in corrispondenza dei corsi d’acqua si ritrovano invece i tipici boschi riparali di salice bianco e pioppo nero. Degne di particolare interesse, sono infine le boscaglie rupicole sempreverdi a leccio che si insediano su inaccessibili pareti rocciose esposte preferibilmente a Sud come quelle di Pizzo dell’Arco, Venamartello, Capo di Rigo o Quintodecimo.”
TIziana: “Ma qui ci sono solo rocce e piante, o c’è anche qualche animale?
Luca: “È ovvio che con un tale ambiente, gli animali che possiamo osservare sono tanti e molto importanti; basta pensare che questi luoghi sono frequentatissimi dall’istrice e dal regale lupo che qui vi trovano l’ambiente ideale, al pari del cinghiale, della puzzola, della donnola, del tasso, della faina ed addirittura di un efficientissimo cacciatore notturno come il gatto selvatico”.
TIziana: “Qualche anfibio c’è?”
Luca: “Parlare di anfibi in un ambiente montano potrebbe sembrar strano, ma dovete sapere che proprio in laghetti, stagni e pantani ubicati a certe quote si ritrovano degli animali relativamente rari; in quest’area, proprio nei pressi della località “il Salto”, c’è uno stagno che ospita niente di meno che il tritone crestato italiano, il tritone punteggiato, la rana verde e l’ululone appenninico!”
TIziana: “E gli uccelli?”
Luca: “Tra gli uccelli si annoverano presenze estremamente importanti come l’aquila reale, che ha ben tre siti di nidificazione su rupi che forse è meglio non indicare con precisione, o il falco pellegrino ed il falco lanario che hanno trovato il loro habitat perfetto tra le rupi del Monte Ceresa e quelle dell’abitato abbandonato di Poggio Rocchetta; si possono inoltre osservare l’upupa con la sua caratteristica cresta, l’indomito ladro di nidi qual’è il cuculo, la lussureggiante ghiandaia, il gheppio con la caratteristica posa aerea pre attacco a “spirito santo”, i coloratissimi picchio verde e rosso minore e molti altri uccelli che, come gli altri animali, solo chi si avvicinerà a questi ambienti naturali con silenzioso rispetto avrà il piacere e la fortuna di osservare”. “Ora però pensiamo a camminare, altrimenti non arriveremo mai alla meta; se poi cercate di non fare troppo rumore, magari potremmo anche riuscire ad osservare un rapace a caccia...

Didascalie: 1) Caratteristico andamento dei versanti a “dente di sega”, 2) Un esemplare di Amanita muscaria, 3) Sorbo montano (Sorbus aria), 4) La vipera (Vipera aspis), 5) Cucciolo di cinghiale (Sus scrofa).