Alpinismo

I miei odori di montagna

È da molto tempo che devo riordinare il mio materiale. Mia moglie me lo ripete da ormai due mesi, ma solo questo pomeriggio ho trovato la voglia di scendere in garage. Mi sono seduto su una sedia da scuola materna, che mio figlio utilizzava alcuni anni fa, e ho iniziato a fare mucchietti di moschettoni, cordini, chiodi ecc. Il tutto è contenuto in sei diversi zaini e tra attrezzi per scialpinismo, salite su ghiaccio, salite su roccia e soccorso alpino mi accorgo di quante cose non adopero. Ma non mi va di disfarmi di alcun pezzo. Tanto penso sempre che potrebbero tornare utili.

Da una sbiadita sacca in nylon tiro fuori una vecchia corda che usavo per arrampicare in falesia: accidenti sarà di 12 mm di diametro, è una Roca e la comprai quando c’era ancora la Coosport sotto le Magistrali. D’istinto la accosto al naso: ha un odore né buono né cattivo: né profumo né puzza.

Prendo la corda che uso adesso: ha lo stesso odore, anche i cordini e le fettucce, penso “sarà il nylon”! Ricordo che il gesto di accostare le cose al naso lo faccio spesso, quasi sempre quando assicuro o recupero il compagno che arrampica. Non ho un curriculum di salite sbalorditive, ma durante l’anno ogni mio svago è rivolto alle attività che in qualche modo sono legate ai monti.

L’odore della corda ha funzionato come il link di un portale internet. Seduto malamente in garage è iniziato una sorta di effetto domino che il senso olfattivo ha scatenato nella mente: una successione disordinata di luoghi, visi, gesti, imprecazioni. Nello stato di assoluta assenza, sempre seduto, con gli occhi aperti vedo davanti tutto, tranne le mura del garage. Oltre alle immagini pseudovirtuali ho avuto anche la sensazione che gli altri sensi fossero coinvolti.

Ho avvertito la scottatura delle dita, identica a quella volta quando cercavo di cucinare una banale minestra al bivacco Bafile. Il percorso dei ricordi sensitivi è continuato: il bivacco non aveva alcun odore, ma non posso dimenticare il lezzo nauseabondo che ho avvertito spiegando le coperte; sicuramente dall’ultima volta che hanno visto una lavabiancheria sono passati anni. A seguire, mi scorre davanti il faccione soddisfatto di Lino che ha portato il suo minuscolo sacco a pelo; Tonino (Mari) si lamenta del male che l’artrite gli procura alle mani; si ostina comunque a restare senza guanti tanto dice che ormai non giova: gli ricordo sempre che siamo in montagna in una serena serata di Gennaio.

aresHo sotto il naso il vapore della minestra: è certamente l’ingrediente base del profumo di tutti i rifugi. Quando si varca la porta d’ingresso di un rifugio, subito si sente l’odore di minestrone, mischiato all’immancabile legno del rivestimento, delle panche e dei tavoli. Ma dalla cucina, che in alcuni piccoli ricoveri è un tutt’uno con il resto dell’ambiente, lo stato di trance mi porta al rifugio Amiante.

Siamo andati per il Grand Combin in compagnia di due ex allievi dei corsi di alpinismo e alpinismo invernale. Bella vacanza, ma che strizza quando il mattino all’alba una cordata svizzera poco sopra di noi ci butta addosso un grande masso!

Si frantuma davanti ai miei occhi: guardo sempre una pietra che mi cade sopra, così spero di schivarla all’ultimo momento. Puzza di zolfo: il garage è pieno di puzza di zolfo, la sento.

Lino rintocca un paio di bestemmie: Enrico l’ingegnere gli dice che sarebbe meglio raccomandarsi l’anima, con quegl’imbecilli che ci precedono!

Prima di farmela sotto ci spostiamo verso un piccolo uno sperone, una nervatura rocciosa. Da questa parte siamo fuori dalla verticale di altre eventuali cadute di pietre. È forse un po’ più difficile, ma non tanto, anzi saliamo più diretti e arriviamo sopra al Valsorey prima degli altri. Mentre recupero i compagni che salgono mi libero di una fastidiosa pressione gassosa intestinale. Si, insomma scorreggio. Dopo alcuni giorni di alimentazione da rifugio la puzza è la stessa del loro cesso.

Il cesso più buffo lo ho visto al Teodulo; corso di scialpinismo avanzato. Un gabbiotto attaccato al corpo principale del ricovero, pavimento in acciaio con un buco in mezzo, chiuso da un grumo di strofinacci attaccati ad un palo di scopa. Penso che serva per aiutare gli escrementi a scivolare: è vero in parte, parlando con la ragazza in cucina scopro che il tappo evita all’aria gelida di entrare dal buco e l’acqua dello sciacquone non si ghiaccia. Si perché il buco del cesso è dritto sul ghiacciaio e occorre essere veloci nei bisogni altrimenti le parti intime … ho immediatamente una sgradevole sensazione interno cosce, ma sono sempre in garage.

Il cesso più confortevole invece era all’Almagellerhutte. Quasi come a casa: profumava. È di gran conforto e credo che aiuti l’ascensione, se al mattino si passano alcuni minuti in un cesso pulito e profumato. Ma di quella zona ricordo che negli ultimi metri del Weissmies il tempo volgeva al brutto.

Quanto brutto lo ho capito nel momento in cui ho sentito un strano odore di pelo bruciato. Avevo infilato i bastoncini nello zaino e le punte fuoriuscivano sopra. Una da un lato e una dall’altro. Formavano un arco elettrico, in mezzo c’erano i miei capelli che erano un poco più folti di adesso. È durato un attimo; un nano secondo: lego lo zaino ad un cordino e lo butto a sinistra della cresta, io vado a destra, dall’altra parte. Avverto Andrea e Pietro e rimontiamo la cima di corsa senza fiato. Ci buttiamo a capofitto sulla traccia della normale e in poco più di un’ora siamo al rifugio giusto in tempo per evitare il finimondo che si stava scatenando.

L’odore di pelo bruciato è inconfondibile, ho imparato a riconoscerlo da bambino quando in paese, prima di natale, si ammazzano i maiali. Per questo quando lo ho sentito in montagna, mi è saltato il cuore in gola … Odore forte e intenso nel garage.

È un lunedì di luglio, ho appena parlato al portatile con mia moglie che sta cucinando se stessa sul lettino al mare; le chiedo se ha bisogno di un po’ di rosmarino. Io sono in ufficio; mi squilla il telefono sulla scrivania e cambio interlocutore.È Piermatteo il Capostazione; al Vettore è brutto tempo e è arrivata una richiesta di intervento.

Mollo tutto, avverto i ragazzi al lavoro e parto: ho sempre il bagagliaio dall’auto pieno zeppo di cose da montagna e non perdo tempo. Siamo a Forca di Presta; qualche nuvoletta, ma nessuna traccia di brutto tempo. È durato poco, un classico acquazzone estivo, anche ieri è successo: ero proprio qui insieme a Lino, Fabio e altri sullo Scoglio dell’Aquila. Siamo usciti sulla cresta del Redentore nel momento in cui uno scroscio di pioggia investiva Castelluccio a pochi metri d’aria da noi. Posizione pericolosa, su una cresta con addosso ferri vari e con il tempo in evoluzione rapida. Ma tutto è andato bene e ci becchiamo una grandinata quando siamo già al rifugio Zilioli.

Non è andata altrettanto bene alla poverina che quel lunedì scendeva sotto il nubifragio. Poco sopra alla croce Zilioli. Sul sentiero che noi ascolani abbiamo percorso centinaia di volte è stata folgorata: aveva una catenina d’oro al collo e gli amici tra un singhiozzo e l’altro, raccontano di averla vista parlare al cellulare. La recuperiamo e mentre l’adagiano sulla barella c’è lo stesso odore che ha risparmiato me e lei no.

Entra mia moglie in garage, ben vestita. Inizia a borbottare, dobbiamo uscire e sono in alto mare, anzi peggio. Tutto il materiale è sul pavimento; si fa fatica anche a passare. Ho peggiorato le cose: mi rimprovera che sono due ore da quando sono sceso e non ho fatto niente. Continua a ruota libera fintanto che sbotto. D’altronde che cazzo ne capisce lei di odore del nylon, di coperte sporche, di minestroni, di cessi sul ghiacciaio, di peli bruciati e dei danni che può fare un cellulare!

Strabuzza gli occhi, comprende solo “che cazzo ne capisci tu”. È un grave autogol, sono in torto marcio e lei ha ragione … Ma come posso pretendere che mi capisca. D’altronde è lei che mi ha svegliato da uno stato di quiescenza fatale nato dall’odore della vecchia corda.

Ares Tondi


Fotografie

  1. 2006 -Ares in vetta alla Barre des Ecrins (4103 m)