Itinerari in mountain bike

Gli itinerari proposti

Occorre premettere che gli itinerari descritti nella guida sono solo una parte dei percorsi che è possibile effettuare nel comprensorio del Monte Ceresa. Questa zona pedemontana isolata e selvaggia, si presta particolarmente alle escursioni di mountain bike anche per l’altitudine non elevata dei luoghi, con percorsi che si snodano tra i 300 e 1200 m sul livello del mare. È possibile effettuare le escursioni quasi tutto l’anno, con periodi ottimali che vanno da marzo a giugno e da settembre a novembre. Nei mesi estivi è consigliabile percorrere i tracciati nel bosco.

Sono stati scelti tracciati rappresentativi, alcuni per caratteristiche morfologiche e paesaggistiche, altri per la ricchezza storico culturale degli insediamenti ormai parzialmente abbandonati. Non mancano percorsi di rilievo storico architettonico per la presenza di piccole ma suggestive chiese recentemente restaurate, ricche di semplici ma eleganti affreschi.

Gli itinerari sono generalmente rivolti a ciclisti con discreta preparazione atletica, dotati di sufficiente tecnica per la conduzione in sicurezza del mezzo nei tratti in discesa. Per i percorsi, non essendo definita ed unificata una scala delle difficoltà a livello internazionale, si è adottata la seguente scala dei valori:

percorso facile: itinerario consigliato a tutti i ciclisti dotati di un minimo di preparazione fisica ed esperienza di mountain bike. Il tracciato facile può essere affrontato anche con una bicicletta da montagna non di ultima generazione e quindi priva di ammortizzatori sulle forcelle;

percorso di media difficoltà: itinerario adatto ai bikers che già hanno esperienza di mountain bike, di buona preparazione fisica e capacità di dosare gli sforzi nei tratti in salita e buone doti di tecnica nell’utilizzo della bici nei tratti in discesa. È consigliabile effettuare questi percorsi, sia per motivi di maggior sicurezza che di sicuro divertimento, con una attrezzatura di buon livello e purtroppo di maggior costo. Sono necessari le forcelle anteriori ammortizzate, cambio a 27 rapporti e freni efficienti;

percorso difficile: itinerario adatto a ciclisti che già da diversi anni utilizzano la mountain bike, di ottima preparazione fisica e con notevoli capacità tecniche di conduzione della bici sia in salita che soprattutto in discesa. La mountain bike deve essere di ultima generazione, non necessariamente molto costosa ma con ammortizzatori quantomeno anteriori, cambio a 27 rapporti, telaio preferibilmente in lega leggera e freni meglio se a disco. In questi ultimi anni le bici da montagna hanno avuto una notevole evoluzione tecnica con purtroppo anche un considerevole aumento del prezzo di acquisto. Si consiglia in ogni caso di non seguire troppo le mode, alla ricerca del mezzo migliore e più costoso, ricordando che le escursioni proposte non sono piste per gare o raid e si possono affrontare anche con bici non al top. Si fa notare, anche se scontato, che i percorsi difficili possono essere effettuati anche a piedi perché generalmente sono molto brevi.

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Consigli utili

Per le norme di comportamento valgono le medesime considerazioni valide per gli itinerari escursionistici a piedi. Occorre sempre ricordarsi che i percorsi si svolgono in ambienti pedemontani a volte isolati ed è pertanto consigliabile non avventurarsi mai da soli soprattutto nei tratti difficili. Farsi male, praticando l’attività della mountain bike, non è purtroppo raro e anche il più piccolo incidente può rovinare una piacevole e spensierata escursione. Le regole di sicurezza si possono sintetizzare nel seguente modo:

• prima di partire indossare il casco e assicurarsi una riserva d’acqua sufficiente;

• scegliere il percorso in funzione delle proprie capacità tecniche, della preparazione fisica, dei tempi e distanze di percorrenza;

• non partire mai da soli o in alternativa lasciare indicazioni sul tracciato che si intende percorrere;

• evitare gli itinerari difficili nei periodi invernali o dopo abbondanti precipitazioni per la pericolosità delle pietre bagnate o scivolose;

• condurre la bici nei tratti in discesa evitando velocità elevate, soprattutto in considerazione che su alcuni sentieri è possibile incontrare escursionisti a piedi.

 

Elenco itinerari

1 - Marsia, Arena, Osoli, S. Maria Maddalena, Monestino, Vallicella, Marsia
2 - Ponte Paoletti, Bovecchia, Gaico, Meschia, Abetito, Uscerno, P. Paoletti
3 - Ponte D’Arli, Sala, S. Maria Scalelle, Lisciano, Radicina, Salaria, P. D’Arli
4 - Centrale, Falciano, Rocchetta, Agore, Poggio, Tallacano, Centrale
5 - Bivio Giustimana, Vitavello, Pedara, Salaria
6 - Marsia, Bovecchia, Pescolla, Pastina, Scalelle, Roccareonile, Marsia
7 - Rigo, Galluccio, Prato Comune, Piedilama, Pretare, Rigo

Itinerari escursionistici

Gli itinerari di questo libro

L’area del Monte Ceresa è abitata dall’uomo da secoli. Il territorio era, perciò, ricco di sentieri molti dei quali sono stati  ormai riassorbiti dall’ambiente. Una parte, di essi, in particolare quelli che nelle vecchie carte dell’ IGM (Istituto Geografico Militare) erano riportati come “mulattiere”, quindi larghi e importanti, sono stati trasformati in strade. La parte restante costituisce la rete sentieristica che questo libro descrive e propone agli escursionisti che sanno apprezzare la riscoperta di luoghi dove la presenza dell’uomo e del suo lavoro è stata forte per secoli.

Le relazioni tecniche
I termini destra e sinistra sono riferiti alla direzione di marcia, salvo quando viene diversamente specificato; i tempi dati all’interno delle relazioni sono tempi parziali, quindi calcolati a partire dal tempo immediatamente precedente, e naturalmente non tengono conto delle soste. Il tempo dato all’inizio (tempo salita, tempo discesa) ha una certa elasticità (1.30-1.45 ore, 5-6 ore) che tiene conto del diverso ritmo di camminata dell’escursionista medio, mentre il dislivello è definito “complessivo”, quando nel corso dell’escursione si incontrano sali-scendi notevoli che comportano la somma di più dislivelli per ottenere quello effettivamente superato.

La segnaletica
DSC2197_optLa segnaletica degli itinerari è quella di tipo internazionale adottata dal Club Alpino Italiano. Essa consiste sostanzialmente nei seguenti elementi: piccole cataste di pietrame (ometti), segnali bianco-rossi realizzati su sassi, alberi (“segnaletica orizzontale”); ci sono poi le tabelle indicatrici o informative in legno montate su pali infissi. Quest’ultimo tipo di segnaletica, denominata  “verticale”, è completata dalle ‘capannine’, o ‘bacheche’, sono poste in prossimità dei rifugi e contengono  informazioni generali e planimetrie d’insieme.
E’ importante sapere che la segnaletica, pur essendo oggetto di periodica manutenzione da parte dei Comuni, può venire a mancare in taluni punti (anche strategici) del percorso. Ciò accade a volte a causa di vandalismo irresponsabile, altre per via del dissenso che alcune categorie di frequentatori della montagna vogliono esprimere in modo “visibile“, ed infine per la presenza di equini e bovini che, nei luoghi di pascolo, sono soliti usare le tabelle come piacevoli “grattatoi”.
Per questo motivo le descrizioni sono sufficientemente particolareggiate da permettere di percorrere gli itinerari anche in assenza di segnali.

Come comportarsi
• Non lasciare rifiuti, neanche di tipo organico, con particolare attenzione ai punti in cui di solito si sosta. Vi sono bucce che impiegano anni a degradarsi ed inoltre tale tipo di rifiuto squilibra la dieta di volatili e mammiferi.
• Raccogliete i rifiuti lasciati in giro da altri: pesano poco, ma è un notevole contributo alla pulizia dell’ambiente.
• Non gridare inutilmente e non provocare forti rumori: oltre a disturbare gli altri, eliminerete qualsiasi probabilità di incontrare animali... vipere escluse, le quali sono notoriamente sorde.
• Evitare di costituire gruppi troppo numerosi: all’occorrenza è meglio frazionarsi in gruppi di 20 persone al massimo. Si comunica meglio con i compagni d’escursione, si evitano rumori e confusione, così come l’“effetto assemblea” ogni volta che i vostri accompagnatori vorranno comunicarvi qualcosa.
• Non andare in montagna con intento predatorio; lasciate i fiori e le bacche dove sono; non raccogliete funghi se non siete autorizzati: non dimenticate che essi costituiscono una delle poche risorse economiche dei montanari.

Classificazione delle difficoltà
Negli itinerari proposti si è fatto riferimento alla classificazione in uso a livello nazionale da parte del Club Alpino Italiano solo delle difficoltà escursionistiche, con lievi adattamenti alla situazione appenninica.
T = Turistico
Itinerari brevi su stradine o comodi sentieri che non pongono problemi di orientamento.
E = Escursionistico
Itinerari che si svolgono su sentieri o su terreno privo di sentiero ma con tracce evidenti, con o senza segnalazioni (terreno non problematico). Possono svolgersi nei boschi (purché il sentiero sia evidente) o su pendii ripidi. Possono avere singoli passaggi su roccette non esposte. Richiedono un certo senso di  orientamento, una certa esperienza e conoscenza del terreno montagnoso, allenamento alla camminata, calzature ed equipaggiamento adeguati. Costituiscono la maggior parte dei percorsi escursionistici sulle montagne italiane.
EE = Escursionisti esperti
Itinerari segnalati o no che implicano una capacità di muoversi su terreni particolari. Sentieri o tracce su terreno impervio e infido (pendii ripidi e/o scivolosi di erba o misti di rocce ed erba, o di rocce e detriti). Terreno vario (pietraie, brevi nevai non ripidi, boschi senza sentiero). Tratti rocciosi con lievi difficoltà tecniche (percorsi attrezzati, vie ferrate fra quelle di minore impegno). Necessitano: esperienza di montagna in generale e buona conoscenza dell’ambiente montano; passo sicuro e assenza di vertigini; equipaggiamento, attrezzatura e preparazione fisica adeguate. Per i percorsi attrezzati è inoltre necessario conoscere l’uso dei dispositivi di autoassicurazione (moschettoni, dissipatore, imbracatura e cordini).
EEA = Escursionisti esperti, con attrezzature
Si tratta di alcuni percorsi attrezzati o vie ferrate che richiedono l’uso dei dispositivi di assicurazione.

A passeggio con il naturalista

Abbiamo voluto raccontare l’area del Monte Ceresa immaginando un gruppo di ragazzi che, nel corso di una escursione, curiosi dell’ambiente attraversato, fanno domande a Luca, l’esperto naturalista che li accompagna. Luca risponde alle domande cercando di usare un linguaggio comprensibile ai ragazzi ed a persone non esperte dell’argomento.

_DSC0777_optLuca: “L’area del Monte Ceresa è una porzione di territorio praticamente unica per l’intera regione; essa, infatti, è stata dimenticata dalle profonde trasformazioni ambientali imposte in ambienti più urbanizzati. Per questo motivo, vi si ritrovano suggestivi  paesi disabitati, antichi mulini, stupendi boschi, inaccessibili valli fluviali, ed alcune persone che vi abitano conducono ancora una vita estremamente tradizionale tagliando legna, allevando bestiame e coltivando la terra. Avendo un’origine ed una natura geologica comune con i vicini Monti della Laga, possiamo subito osservare che l’area è molto simile a questi e si differenzia invece dagli adiacenti Monti Sibillini.
Elena: “Di cosa sono fatte quelle grandi rocce giallo-grigie ?”
Luca: “Quelle che comunemente chiamiamo rocce si sono formate in modo differente da territorio a territorio; nella nostra zona ci sono essenzialmente delle rocce dette “sedimentarie” formatesi per l’appunto da processi di sedimentazione avvenuti nell’arco di milioni di anni in antichi bacini marini più o meno profondi”
Giampiero: “Vuoi dire che queste rocce si sono formate nel mare?”
Luca: “Si. Grazie alle forze di compressione che si sono generate sulla crosta terrestre, in ragione del movimento di porzioni di questa, pian piano tali depositi sono stati piegati e spinti verso l’alto fino a formare questi monti.”
Giampiero: “Ma come fanno le rocce a formarsi in fondo al mare?”
muscaria ok_optLuca: “Per avere un’idea di come queste rocce si siano formate sul fondo del mare, possiamo pensare alla sabbia che, messa in un bicchiere pieno d’acqua, si deposita gradualmente sul fondo; mano a mano che nuovo materiale si deposita sopra agli strati precedenti, il peso li comprime e li salda formando strati diversi per composizione e spessore in relazione alle condizioni dell’ambiente di sedimentazione. Ciò premesso, rispondendo alla domanda di Elena, possiamo dire che quelle del Monte Ceresa sono essenzialmente arenarie, formatesi in bacini marini profondi con la deposizione di particelle derivanti dal disfacimento di altre rocce; queste al tatto sembrano quasi vellutate e sono prive di spigoli vivi perché risultano “tenere”, quindi relativamente facili da erodere; tipici sono i buchi prodotti da più fattori di erosione che si vedono ad esempio sui banconi rocciosi delle impervie rupi che sovrastano Agore, Rocchetta o Quintodecimo. Infilando una mano in questi buchi, sul fondo troviamo una fine sabbia che, mossa dal vento, agisce sulle pareti interne del buco aumentandone le dimensioni e liberando altra sabbia cementata nella roccia madre”.
Giampiero: “E le montagne che si vedono sullo sfondo?”
Luca: “Quello è il gruppo dei Sibillini; essi sono fatti prevalentemente di calcare, e si sono quindi formati in bacini marini poco profondi; il carbonato di calcio che forma tali rocce deriva dalla deposizione di gusci e/o parti di molluschi, coralli, alghe, foraminiferi, spugne di mare e crostacei; queste rocce hanno aspetto più resistente, spigoli vivi, e al tatto risultano solitamente meno lisce.
Alessandro: “È vero che le rocce arenarie si chiamano tufi?”
Luca: “È vero che dalle nostre parti tali rocce vengono dette tufi, ma è pur vero che ciò non è corretto; più precisamente, infatti, i tufi sono rocce originate da deposizione di ceneri vulcaniche, perciò, non essendo questa una zona vulcanica, non possono esserci; vengono quindi dette tufi solo per l’apparente somiglianza. Una differenza curiosa tra i veri tufi e la nostra arenaria, che comunemente è conosciuta anche col nome di “Pietra Serena”, è data dal fatto che i primi liberano un gas tossico, il Radon, che può addirittura portare alla morte se respirato a lungo; proprio per questo una casa con cantina o piano interrato costruita su arenaria non darà alcun problema, al contrario di una costruita sui tufi vulcanici.”
sorbo montano particol_optAlessandro: “Perché queste creste hanno tutte un versante ripido e seghettato ed uno liscio e di solito molto meno ripido?”
Luca: “Abbiamo detto prima che, per cause legate alla variazione dell’ambiente di sedimentazione, si sono formati degli strati di diversa natura e diverso spessore; quest’alternanza, visibilissima ad esempio sulla destra della Salaria dopo l’abitato di Quintodecimo, o nella valle di Tallacano sui versanti esposti a Sud, determina una diversa risposta all’erosione che l’acqua, raccolta in fossi, torrenti e fiumi, ha esercitato ed esercita tutt’ora sulle rocce stesse. L’acqua quindi, riuscendo ad erodere gli strati più teneri, fa cadere per gravità quelli sovrastanti più resistenti determinando la graduale formazione di un versante ripido; questo quindi arretrerà gradualmente aumentando la sua altezza ed assumendo il caratteristico aspetto seghettato. Lo strato su cui scorre il fiume, invece, risulta praticamente privo di asperità declinando secondo la sua pendenza. Basta guardare il Monte Ceresa da Est o da Ovest, per vedere come il ripido ed inaccessibile versante Sud che sovrasta l’abitato di Peracchia, si differenzia nettamente da quello a Nord che, degradando dolcemente verso il fiume Fluvione, ospita stupendi boschi di faggio e di castagno.”
Alessandro: “In questa zona ci sono solo boschi di faggio e di castagno?”
vipera_optLuca: “Ovviamente no; anzi, qui si ritrovano molti tipi di bosco, e più in generale un’elevata diversità di specie vegetali”.
Sara: “Perché il bosco di faggio sta più in alto di quello di castagno?”
Luca: “Allora, innanzi tutto dobbiamo fare una premessa: le piante non si distribuiscono sul territorio in maniera casuale, ma in ragione di specifiche condizioni ecologiche come temperatura, disponibilità di acqua, esposizione e tipo di suolo. Tali condizioni, cambiando con l’altitudine, l’esposizione e la presenza di locali microhabitat, determinano una copertura vegetale che sarà tipica per quell’ambiente e che si ritroverà in un altro territorio con condizioni ambientali analoghe”.
Sara: “Quindi la vegetazione del Monte Ceresa è uguale a quella dei Monti della Laga?”
Luca: “Non proprio uguale, ma comunque molto, molto simile. Pensiamo ad esempio ai castagneti: su questi due gruppi montuosi se ne rileva una forte presenza, e sono invece praticamente assenti sui vicini Sibillini. Stesso discorso vale per i popolamenti di invasione a pioppo tremulo e nocciolo, o quelli a betulla presenti sul versante nord di Pizzo Cerqueto, unici per l’intera Regione Marche”.
Sara: “Cosa sono i popolamenti di invasione?”
Luca: “Immaginiamo di tagliare una porzione di un bosco o di abbandonare un campo coltivato; se le condizioni ambientali lo permetteranno, si avvierà un processo, detto “successione secondaria”, secondo cui la vegetazione riprenderà a crescere fino a ricostituire il bosco originario. I primi alberi ed arbusti che occupano gli spazi liberati dal taglio o dall’abbandono, rappresentano appunto i popolamenti arborei ed arbustivi di invasione.”
Cristian: “Oltre quelle che ci hai detto, ci sono altre piante che si comportano in maniera simile?”
cinghiale_optLuca: “Ovviamente si; soprattutto arbusti come il ginepro comune, la rosa canina, l’erica arborea ed il prugnolo, risultano ideali per le fasi iniziali di colonizzazione, sia perché non sono graditi dagli animali erbivori per la presenza di spine o foglie pungenti e sia perché sono delle specie eliofile (elios = sole), che necessitano cioè di molta luce ed irradiazione diretta”.
Cristian: “Ma allora gli arbusti sono eliofili e rappresentano uno stadio precoce di un bosco?”
Luca: “Non tutti gli arbusti si comportano allo stesso modo; infatti, ce ne sono alcuni, detti sciafili, che crescono nel bosco come la laureola o la berretta del prete. Grazie a questa distinzione sarà possibile valutare lo stato di un bosco proprio in ragione del tipo di arbusti presenti: se ci saranno quelli eliofili significherà che il bosco ha subito un disturbo, la cui forza e distanza nel tempo sarà valutabile in ragione della quantità e del grado di sviluppo degli arbusti stessi.”
Cristian: “Che boschi ci sono nell’area del Monte Ceresa”
Luca: “Ricordando che le piante non si distribuiscono casualmente sul territorio, diciamo che a quote modeste, i boschi di roverella occupano cospicue porzioni di territorio compreso tra Roccafluvione e Ponte d’Arli; sui versanti esposti a nord,  a quote comprese tra i 400 ed i 900 metri, ci sono invece i boschi a carpino nero ed orniello che, detti Orno-ostrieti, risultano sostituiti dai castagneti per l’opera millenaria dell’uomo. Sopra i 900 metri ci sono quindi i boschi di faggio in cui è possibile ancora ritrovare specie vegetali particolarmente importanti come l’agrifoglio, il tasso e l’abete bianco. Tra il Monte Ceresa e Pizzo Cerqueto, a quote comprese tra i 600 ed i 1000 metri, è possibile inoltre riscontrare la presenza di locali popolamenti a cerro e rovere che solo in poche altre località delle Marche risultano presenti; in corrispondenza dei corsi d’acqua si ritrovano invece i tipici boschi riparali di salice bianco e pioppo nero. Degne di particolare interesse, sono infine le boscaglie rupicole sempreverdi a leccio che si insediano su inaccessibili pareti rocciose esposte preferibilmente a Sud come quelle di Pizzo dell’Arco, Venamartello, Capo di Rigo o Quintodecimo.”
TIziana: “Ma qui ci sono solo rocce e piante, o c’è anche qualche animale?
Luca: “È ovvio che con un tale ambiente, gli animali che possiamo osservare sono tanti e molto importanti; basta pensare che questi luoghi sono frequentatissimi dall’istrice e dal regale lupo che qui vi trovano l’ambiente ideale, al pari del cinghiale, della puzzola, della donnola, del tasso, della faina ed addirittura di un efficientissimo cacciatore notturno come il gatto selvatico”.
TIziana: “Qualche anfibio c’è?”
Luca: “Parlare di anfibi in un ambiente montano potrebbe sembrar strano, ma dovete sapere che proprio in laghetti, stagni e pantani ubicati a certe quote si ritrovano degli animali relativamente rari; in quest’area, proprio nei pressi della località “il Salto”, c’è uno stagno che ospita niente di meno che il tritone crestato italiano, il tritone punteggiato, la rana verde e l’ululone appenninico!”
TIziana: “E gli uccelli?”
Luca: “Tra gli uccelli si annoverano presenze estremamente importanti come l’aquila reale, che ha ben tre siti di nidificazione su rupi che forse è meglio non indicare con precisione, o il falco pellegrino ed il falco lanario che hanno trovato il loro habitat perfetto tra le rupi del Monte Ceresa e quelle dell’abitato abbandonato di Poggio Rocchetta; si possono inoltre osservare l’upupa con la sua caratteristica cresta, l’indomito ladro di nidi qual’è il cuculo, la lussureggiante ghiandaia, il gheppio con la caratteristica posa aerea pre attacco a “spirito santo”, i coloratissimi picchio verde e rosso minore e molti altri uccelli che, come gli altri animali, solo chi si avvicinerà a questi ambienti naturali con silenzioso rispetto avrà il piacere e la fortuna di osservare”. “Ora però pensiamo a camminare, altrimenti non arriveremo mai alla meta; se poi cercate di non fare troppo rumore, magari potremmo anche riuscire ad osservare un rapace a caccia...

Didascalie: 1) Caratteristico andamento dei versanti a “dente di sega”, 2) Un esemplare di Amanita muscaria, 3) Sorbo montano (Sorbus aria), 4) La vipera (Vipera aspis), 5) Cucciolo di cinghiale (Sus scrofa).

Aspetti geologici e geomorfologici

_DSC1724_optLa formazione geologica arenaceo-marnosa che caratterizza l’area del Monte Ceresa, dal punto di vista litologico, è suddivisibile in una componente prevalentemente arenacea, riferibile al Miocene superiore (6-7 milioni di anni fa), e in una componente di più recente formazione di natura prevalentemente marnoso-argillosa.
La prima, meglio conosciuta come Formazione del Flysch della Laga, si rinviene nella maggior parte del territorio in esame e riveste un notevole interesse scientifico in relazione all’ambiente di genesi rappresentato dall’unico bacino marino profondo presente in tutto il comparto Mediterraneo.
La seconda, invece, caratterizza la parte bassa dei versanti della valle del fiume Tronto nei pressi di Acquasanta Terme, e più a valle si insinua nel comprensorio del Ceresa con andamento Nord-Sud.
La formazione della Laga è costituita da un corpo arenaceo-marnoso torbiditico molto esteso di notevole spessore in cui, verso l’alto della formazione stessa, tendono a diminuire lo spessore degli strati e il rapporto arenaria/argilla.
Il substrato calcareo marnoso è invece costituito da due formazioni geologiche del Miocene medio-superiore, note come Marne a Cerrogna la più antica (spessore medio circa 300 metri) e Marne a Pteropodi la più recente (spessore che va dai 10 ai 15 metri).CERESA_00644_opt
In ragione della litologia della zona si osserva la tipica morfologia a gradoni che contraddistingue il paesaggio della Laga; con il loro andamento a “dente di sega”, i versanti a reggipoggio evidenziano il risultato dell’azione selettiva ospitando i tipici habitat rupestri; diversamente, quelli a franapoggio, essendo caratterizzati da pendenze minori e degradamento regolare verso valle, ospitano la maggior parte dei popolamenti forestali.

Aspetti faunistici

In funzione della morfologia locale, il territorio in esame è caratterizzato da una densa copertura forestale che varia con l’altitudine e che localmente viene interrotta da imponenti rupi, pascoli e campi coltivati.
In tale contesto la fauna trova un ambiente adatto per l’alimentazione e per il rifugio, e a conferma di ciò si segnala la presenza di importanti specie come l’istrice (Hystrix cristata) ed il lupo (Canis lupus) che notoriamente esigono condizioni ambientali di elevata naturalità e di ridotto disturbo.
Al pari, la potenzialità del comparto forestale è idonea ad ospitare il gatto selvatico (Felis sylvestris), la puzzola (Mustela putorius) e addirittura la martora (Martes martes) di cui però, a causa della carenza di studi mirati,  non è accertata la presenza. Si ritrovano poi altri Mustelidi come il tasso (Meles meles), la donnola (Mustela nivaalis) e la faina (Martes foina) che per certi versi tollerano maggiormente la presenza diretta ed indiretta dell’uomo, ma anche Roditori come lo scoiattolo comune (Sciurus vulgaris), il quercino (Eliomys quercinus) ed il ghiro (Glis glis).
Passando all’ordine degli Artiodattili, mammiferi di dimensioni medie o grandi con arti provvisti di 4 dita (il primo è rudimentale o assente, il terzo e il quarto sono rivestiti da 2 unghioni distinti in forma di zoccoli, mentre il secondo e il quinto sono rivolti all’indietro e non toccano il suolo), si annovera la presenza del cinghiale (Sus scrofa) e di un cervide il cui optimum ecologico è rappresentato da territori di pianura, collina e montagna con innevamento scarso e poco prolungato, nei quali si sviluppa un mosaico ad elevato indice di ecotono caratterizzato dalla continua alternanza di ambienti aperti con vegetazione erbacea e boschi di latifoglie: il capriolo (Capreulus capreulus).
Estremamente interessante è la fauna ornitica che qui è rappresentata da specie ad elevato valore naturalistico come: il falco pellegrino (Falco peregrinus), lanario (Falco biarmicus) e pecchiaiolo (Pernis apivorus) che frequentano le rupi tra Monte Ceresa e Poggio Rocchetta, l’Aquila reale (Aquila chrysaetos) che probabilmente in risposta al disturbo arrecato sui Monti Sibillini, presenta ben tre siti di nidificazione sulle inaccessibili pareti di arenaria che sovrastano la zona Capo di Rigo – Peracchia, ed il falco di palude (Circus aeruginosus) che nelle sue migrazioni verso aree di svernamento spesso trova nella zona tra Monte Ceresa e Passo di Galluccio un buon sito di sosta.
Nelle impervie gole del torrente Fluvione non è esclusa la presenza del gufo reale (Bufo bufo) e ad arricchire l’elenco della fauna ornitica si rilevano l’allocco (Strix aluco), il gheppio (Falco tinninculus) con il suo caratteristico volo “a Spirito Santo”, il cuculo (Cuculus canorus) indomito ladro di nidi, l’upupa (Upupa epops), il picchio verde (Picus viridis), il picchio rosso minore e maggiore (Dendrocopos minor) (Dendrocopos major) , il brillante martin pescatore (Alcedo atthis), la ghiandaia (Garullus glandarius) e molti altri uccelli altrettanto interessanti.
Per i rettili si rileva la presenza della vipera comune (Vipera aspis), del biacco (Hierophis viridiflavus), del saettone (Zamenis longissimus) e del colubro liscio (Coronella austriaca).
Infine, per confermare l’elevato pregio naturalistico di questo territorio che contribuisce in maniera significativa alla biobiversità locale, si segnalano le importanti presenze di anfibi come il tritone punteggiato (Triturus vulgaris), il tritone crestato italiano (Triturus carnifex), l’ululone appenninico (Bombina pachypus), la rana appenninica (Rana italica) e la rana verde (Rana kl. Ispanica/Rana berberi).

L’area del Monte Ceresa e la Conservazione della Biodiversità

La Rete Natura 2000, le Aree Floristiche, i Parchi Nazionali e le Emergenze.

CERESA_00290_optIstituita dall’art. 3 della “direttiva habitat”  92/43/CEE del 21 maggio 1992, Natura 2000 è una rete di aree destinate alla conservazione della biodiversità sull’intero territorio dell’Unione Europea.
Tali aree, denominate ZSC (Zone Speciali di Conservazione, corrispondenti ai proposti Siti di Importanza Comunitaria, pSIC, riconosciuti dopo la prima fase di istituzione della rete) e ZPS (Zone di Protezione Speciale, “direttiva Uccelli” 79/409/CEE), hanno lo scopo di garantire la presenza, il mantenimento o il ripristino di habitat e specie del comparto europeo, minacciati di frammentazione ed estinzione.
Nel nostro territorio insistono ben quattro pSIC caratterizzati come segue:
Monte Ceresa n. 70: individuato alle quote maggiori del Monte Ceresa, questo sito è interessato per gran parte da foreste caduche di faggio (Fagus sylvatica) dove si ritrovano frequentemente tasso (Taxus baccata) ed agrifoglio (Ilex aqufolium); tali cenosi forestali sono interrotte da pascoli localmente caratterizzati dal nardo (Nardus stricta); non a caso in tale area è stata istituita anche l’Area Floristica 101, ai sensi della l.r. 52 del 30/12/1974 recante norme per la protezione delle specie floristiche rare o in via di estinzione;_DSC1993_optFiume Tronto tra Favalanciata e Acquasanta Terme n. 74: si tratta di una zona con densa copertura forestale, sita sulla destra orografica del fiume Tronto tra Favalanciata ed Acquasanta Terme caratterizzata, nel tratto in comune con il comprensorio del Ceresa, da foreste alluvionali  residue di ontano nero (Alnion glutinoso-incanae);
Lecceta di Acquasanta Terme n. 73: compresa nella zona antistante agli abitati di Acquasanta Terme e Santa Maria, per il novanta per cento è rappresentata da foreste extrazonali di leccio (Quercus ilex) insediate su arenarie e marne esposte a solatio; le restanti aree su substrato calcareo ospitano prati in cui si possono osservare stupende fioriture di orchidee;
Colle Galluccio n. 68: di elevatissima diversità vegetale e con specie fitogeograficamente molto significative, si articola in lembi di faggeta e prati falciabili interrotti da cenosi di invasione a nocciolo e pioppo tremulo; da rilevare le bellissime fioriture di orchidee e la presenza di numerose sorgenti che localmente danno luogo a torbiere di notevole rilevanza per tutto il comprensorio appenninico; anche in quest’area la Regione Marche vi ha istituito un’Area Floristica ai sensi della l.r. 52/74.
A confermare la rilevanza ambientale del territorio del Monte Ceresa, nel PPAR (Piano Paesaggistico Ambientale Regione Marche) sono stati individuati i seguenti gradi di tutela:
Emergenze Botanico-vegetazionali n.82 di eccezionale interesse (“BA”), n. 26 di grande interesse (“BB”) e varie aree di notevole interesse (“BC”);
Emergenza Geomorfologia n. 64 Valle dell’Acero – fosso della Pianella che dall’Aia della Regina, si spinge fino ad Arquata del Tronto;
Aree di eccezionale e rilevante valore paesistico-ambientale (“A”, “B”) ed aree di qualità diffusa (“C”).
_DSC2159_optInfine, per completare il quadro di tutela di un territorio a grande valenza ecologico-naturalistica, vanno ricordati i due Parchi Nazionali del Gran Sasso e Monti della Laga e dei Monti Sibillini che ne definiscono i limiti nella parte occidentale, a sud il primo e a nord il secondo.

I Tipi Forestali
Questo territorio, unico per storia e natura, racchiude in sé una diversità forestale di tutto rispetto vantando addirittura ventiquattro tipologie forestali (Inventario Forestale della Regione Marche).
In funzione di esposizione, altitudine, grado di disturbo ed assetto colturale, queste coprono la gran parte del territorio dando vita a cenosi vegetali uniche per l’intero sistema marchigiano.


Didascalie. In alto: Betulle nella zona di Pizzo Cerqueto, al centro: faggio modellato dal vento sul passo di Galluccio, in basso: un esemplare secolare di castagno vittima del “Mal d’inchiostro”

I comuni

Acquasanta Terme

acquasanta_optCentro di antica origine situato a circa diciotto chilometri da Ascoli Piceno, è oggi capoluogo di un vasto territorio di centotrenta chilometri quadrati, comprensivo di oltre cinquanta frazioni. Deve il suo nome alle sorgenti idrosolforose conosciute in epoca antica per le molteplici proprietà terapeutiche.

Già duemila anni fa le grotte e le salubri acque termali costituivano un importante punto di sosta lungo l’antico tratturo preistorico, poi divenuto la via consolare Salaria; sulla Tabula Peuntigeriana (copia medievale di una carta stradale ad uso dell’esercito imperiale romano), le terme risultano indicate come “Vicus ad Aquas”, in corrispondenza dell’odierna di Santa Maria, frazione che conserva ancora mosaici, vasche, condutture in piombo e cotto ed iscrizioni antiche.
Lo stabilimento termale rimane ancora oggi un importante richiamo turistico poiché al suo interno vengono praticate diverse terapie  a base di acque e fanghi termali per la cura delle patologie croniche dell’apparato respiratorio e di quello osteoarticolare.
Attraverso la strada consolare Salaria, nei primi secoli dopo la morte di Cristo, si diffuse un forte senso religioso e mistico legato a figure di eremiti il cui nome contrassegna ancor oggi molte grotte e boschi della zona, come, ad esempio, la grotta di sant’Egidio sopra Novele, la foresta e la grotta di san Gerbone nelle montagne di rocca di Montecalvo, la grotta di sant’Angelo, scavata nel versante sud della Montagna dei Fiori e la sorgente chiamata fonte sant’Amico sulla montagna del Maularo. Furono poi i monaci benedettini ad evangelizzare e creare insediamenti nell’acquasantano fondando chiese e conventi.  Ma le invasioni barbariche del V secolo d. C. e quella dei longobardi comandati dal duca di Spoleto Faroaldo nel 578 sconvolsero la vita locale: questi territori furono assoggettati al dominio dei nuovi popoli che, dopo aver riconosciuto per ragioni politiche la figura del Pontefice, crearono in queste zone lo Stato della Chiesa durato fino al 1860. Le fonti indicano che Carlo Magno, intervenuto in Italia in aiuto del Pontefice contro le popolazioni barbariche, e incoronato imperatore nell’800 dopo Cristo, sostò presso le terme di Acquasanta con il suo esercito, ma cessato il dominio dei Franchi il territorio fu devastato dalle incursioni dei saraceni.
Il X secolo segnò un momento di rinascita, favorita dall’ingerenza che i monaci farfensi di Santa Vittoria in Matenano avevano sul territorio, che divenne in gran parte di loro proprietà grazie alle ricche donazioni di signori come Longino Azzone, signore longobardo di Offida.
Dal Cronicon farfense risulta che nei dintorni del castello di Acquasanta, per terza parte possesso farfense, il vescovo Adamo, già abate di Farfa nel 986, costruì il monastero di S. Benedetto in Valledacqua, situato poco dopo gli incasati di Paggese e Castel di Luco lungo la strada che conduce alla frazione di San Martino.
Numerose testimonianze d’archivio documentano per tutto il periodo medioevale le vicende di questo territorio e le diatribe dei signorotti locali con quelli circostanti, mentre scarsi sono i riferimenti riguardo la costituzione del Libero Comune. Seppure con le Costituzioni Egidiane del 1357 si fosse data un’organizzazione politica al territorio e si fossero rinsaldati i legami tra le città di Ascoli e Acquasanta, continuarono gli scontri tra signori e famiglie locali; inoltre queste zone divenivano rifugio di fuoriusciti e banditi che Ascoli inseguiva e scovava per mezzo di bande armate che sconvolgevano la vita dei paesi. Il fenomeno del brigantaggio si ripropose in maniera particolarmente drammatica nell’Ottocento, durante le lotte connesse al processo di unificazione italiana, quando fu attuata una feroce repressione da parte del generale Ferdinando Pinelli al comando delle truppe piemontesi.
Nel 1866 Acquasanta divenne capoluogo di un vasto e articolato territorio, dopo che un regio decreto aveva sancito il 15 dicembre 1865 l’unificazione di cinque comuni: Santa Maria, Acquasanta, Montacuto, Quintodecimo e Montecalvo.

Arquata del  Tronto

Rocca 001_optIl comune di Arquata del Tronto è costituito da tredici frazioni e confina con tre regioni: Abruzzo, Lazio, Umbria. È l’unico comune d’Europa incluso in due parchi nazionali: il Parco Nazionale dei Monti Sibillini e il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. I nuclei abitati più importanti distribuiti sul suo territorio sono: Trisungo, Spelonga, Colle, Pescara del Tronto, Capodacqua e Pretare.
Il suo toponimo non deriva dal latino “arx”, rocca (cfr. Marche, Touring Club Italiano, 1979), ma da “arcuata”, derivato da “arcus”, attribuito a sua volta ad un referente non individuabile con precisione, forse una curva, una svolta o anche qualche grotta o galleria.
Il capoluogo, in posizione sopraelevata a nord della strada consolare Salaria, domina la zona circostante ed è costituito dal Borgo nella zona bassa, anticamente popolato dagli artigiani e dai contadini protetti dal signore del Castello, dalla Rocca, circondata da un piccolo parco in altura, e dal paese, sede del palazzo municipale con la torre civica.
Le prime notizie storiche che testimoniano la presenza di un nucleo abitativo nella zona vicino Acquasanta e a ridosso con la strada Salaria, la via di comunicazione più importante della zona, sono di epoca romana. Alcuni storici collegano l’indicazione “Surpicanum” della tavola Peutingeriana, posta tra la “statio” di “ad Martis” (Amatrice) e quella di “ad Aquas” (Acquasanta) con l’odierno incasato di Arquata. Anche se l’identificazione del suddetto riferimento con il paese di Arquata non è confermata da alcun rinvenimento archeologico, all’altezza dell’odierno incasato vi era una strada secondaria che si dipartiva da “Surpicanum” per raggiungere Fermo attraverso Montegallo, Comunanza ed Amandola.
Il 13 gennaio 1831, a Trisungo fu rinvenuto, nell’alveo del fiume Tronto, in cui era rotolato e andato disperso, un rocchio di colonna con iscrizione latina riconosciuto come cippo miliario della via Salaria che segnava il novantanovesimo miglio da Roma (un miglio romano = millecinquecento metri circa). Sul cippo, risalente all’epoca in cui Augusto fece rinnovare la strada, si legge:

IMP.CAESAR.DIVI.F
AUGUSTUS COS. XI
TRIBU.POTEST.VIII
X.S.C.
XCVIIII

Il sovrastante sperone roccioso su cui è oggi situato il paese di Arquata è compreso tra il fiume Tronto e il fosso della Camartina; esso venne occupato con tutta probabilità nel periodo alto medievale, durante la guerra tra goti e bizantini e pure a causa delle invasioni dei popoli barbari che resero a lungo insicure le zone di fondovalle. Del periodo altomedievale, però, non si hanno tracce certe e le strutture visibili più antiche sono attribuibili ad un periodo posteriore al XV secolo.
In realtà, la più antica menzione del paese risale al 1099 quando l’abate Berardo III di Farfa certificò l’acquisto di tutto il suo territorio; lo sviluppo dell’attuale insediamento si ebbe nel periodo medievale, quando con il ripopolamento del territorio e lo sviluppo dell’agricoltura nell’epoca dei Liberi comuni vennero costruite le mura di cinta.
Sempre nel periodo tra l’XI e il XII secolo venne costruita la Rocca, che nel corso degli anni ha naturalmente subito modifiche e adattamenti funzionali. Il punto di incontro tra diverse direttrici viarie segnerà per Arquata un destino di lotte e aspre contese, soprattutto tra i potentati di Ascoli e Norcia che per secoli si contenderanno questo presidio sulla Salaria e sul fiume Tronto. Infatti, dalla Salaria verso il Borgo si dipartivano importanti percorsi, come ad esempio il collegamento attraverso Piedilama con Comunanza, Petritoli e Fermo, quello che giungeva a Norcia attraversando Tufo, Capodacqua, Forca Canapine, Passo di San Pellegrino, ed ancora la strada che passava per Amatrice e permetteva di raggiungere l’Aquila.
Nel 1255 il castello di Arquata si sottomise spontaneamente ad Ascoli per riceverne protezione anche contro le frequenti incursioni degli insidiosi norcini.
Durante lo scisma che nel XIV secolo vide la sede papale trasferirsi da Roma ad Avignone, la città di Ascoli non tardò a riprendersi la propria indipendenza, cosicché Arquata, ancora fedele alla Chiesa, si dissociò dall’operazione politica, e subì però la vendetta e l’assedio delle truppe ascolane che ne riassunsero violentemente il controllo. Per tutto il Trecento, nonostante numerosi conflitti e tensioni, Ascoli manterrà il controllo del caposaldo arquatano.
Solo nel 1429 la città di Norcia, dopo pressanti e continue richieste a papa Martino V, riuscì ad ottenerne il dominio. Ascoli tentò con la forza di riaverne ragione nella seconda metà del Quattrocento, ma ci riuscì solo per breve tempo, perché nel 1491 Arquata fu nuovamente e definitivamente assegnata da papa Innocenzo VIII a Norcia.
Nel 1809 con l’invasione francese la prefettura di Norcia fu abolita ed Arquata venne assoggettata a Spoleto, capoluogo del dipartimento del Trasimeno. In questo periodo venne ristrutturata e fornita di un presidio militare permanente che ne fece, insieme a Perugia e Spoleto, il terzo fortilizio del dipartimento del Trasimeno. Dopo la caduta di Napoleone, nel 1832 il governo pontificio tolse Arquata a Spoleto e la pose sotto la giurisdizione pretoriale di Ascoli.
Tra le emergenze artistiche e le testimonianze storiche più caratteristiche dei paesini di Arquata è degno di nota il cippo di Trisungo rinvenuto nel fiume Tronto nel 1831, risalente all’anno 16-15 a.C., sotto l’impero di Augusto.
Vi è poi la chiesa ottagonale intitolata alla Madonna del Sole nella frazione di Capodacqua che venne costruita nel 1528 su progetto di Cola dell’Amatrice, anche se tale attribuzione è stata smentita dalla critica più recente. Questo edificio rappresenta un esemplare di chiesa mariana dell’Italia centrale e costituiva un punto di riferimento per la vita economica grazie all’abbondanza d’acqua della zona e al traffico di pastori e mercanti che vi organizzavano fiere e mercati.
Il tempietto a pianta ottagonale è costruito completamente in arenaria; uno dei due ingressi presenta un bel rosone, iscrizioni, invocazioni e la stilizzazione del Sole e della Luna.
Anche a Colle vi è un’interessante chiesa cinquecentesca dedicata a San Silvestro; edificata in posizione isolata all’ingresso del paese conserva al suo interno un affresco di Dionisio Cappelli del 1511.
Nella chiesa di San Salvatore di Borgo è conservato un crocifisso di arte romanica realizzato in legno policromo, anche se è stato ridipinto in epoca posteriore; nel convento di San Francesco viene conservata una preziosissima copia della Sacra Sindone di Torino.
Nella frazione Pescara viene conservata una delle più antiche croci astili in rame sbalzato e applicato su armatura lignea, opera appartenente all’arte umbro sabina della seconda metà del 1200.
Vi è poi Spelonga, il cui toponimo fa riferimento alle vecchie abitazioni di terra in mezzo agli alberi: infatti, a seguito delle invasioni barbariche dell’alto medioevo, le popolazioni si dispersero tra le grotte delle montagne popolando le zone intorno all’odierno abitato.
La chiesa di Santa Agata, costruita nella seconda metà del Quattrocento, conserva numerosi dipinti ed affreschi di notevole pregio ed anche una famosa bandiera turca in tessuto rosso con sopra lo stemma mussulmano, che la tradizione fa risalire al XVI secolo, quando gli Spelongani che parteciparono alla battaglia di Lepanto la strapparono al nemico.

Montegallo
montegallo_optIl comune di Montegallo, sito a circa trentatre chilometri da Ascoli Piceno nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini, individua a Balzo il proprio capoluogo, ma si configura come un complesso di piccoli centri anticamente autonomi e non aggregati intorno ad un vero e proprio capoluogo.
Secondo Arcangelo Rossi Brunori, l’area costituita da questi insediamenti assumeva il nome di Santa Maria in Lapide in ragione dell’omonima chiesa che sorgeva su di un grosso masso tufaceo nella vallata del torrente Rio presso la quale era posta una lapide miliaria, ad indicare la deviazione di un’antica strada consolare.
Secondo alcuni storici, infatti, la chiesa  di Santa Maria in Lapide era una delle stazioni dell’antica percorrenza romana tra Arquata ed Helvia Recina, e tale diverticolo fu utilizzato anche nel Medioevo poiché collegava i territori di Arquata, Montegallo, Montemonaco, Montefortino, Amandola, Sarnano, San Ginesio fino a raggiungere il passo di Colfiorito a nord, e a sud il passo di Forca Canapine e Castelluccio.
Con la denominazione di Santa Maria in Lapide veniva comunque probabilmente intesa l’area di pertinenza dell’odierna parrocchia e solo più tardi, durante la dominazione franca, tutta l’area dell’odierno comune avrebbe adottato la denominazione di “Mons. Sanctae Mariae in Gallo”. Infatti alcune fonti riferiscono che Carlo Magno avesse inviato a governare queste zone un suo vicario, certo Mark Gallus, che conferì al luogo il proprio nome. I moderni dizionari di toponomastica invece, pur non escludendo a priori questa ipotesi, fanno derivare il nome Montegallo dal composto “Monte” ed il derivato del germanico “Wald” = bosco.
Per un certo periodo sia la denominazione di Santa Maria in Lapide che quella di Mons. Sanctae Mariae in Gallo continuarono ad essere utilizzate, cosicché nel frontespizio dello Statuto del Comune troviamo “Terris Montis Sanctae Mariae in Lapide”, alias “Montis Gallorum”, mentre nelle Costituzioni Egidiane del 1357 troviamo Mons Sanctae Mariae in Gallo.
Probabilmente queste zone vennero abitate fin dall’epoca preistorica e nel periodo Piceno, anche se mancano fonti e studi che possano fornire specifiche notizie, ma sicuramente in epoca romana la zona ospitava diversi insediamenti poiché attraversata, come indicato dalla tavola Peutingeriana, dall’importante deviazione della via Salaria che conduceva da Arquata a Fermo seguendo il tracciato Montegallo-Comunanza- Amandola, di cui, come già detto, la chiesa di Santa Maria in Lapide costituiva un’importante stazione.
Nell’alto medioevo, quando le campagne si spopolarono per il disfacimento dell’impero romano d’occidente e in tutta la penisola imperversavano le cruente battaglie della guerra goto-bizantina e delle invasioni barbariche franche e longobarde, il territorio Piceno fu organizzato e tenuto attivo dall’opera dei monaci benedettini. La loro organizzazione agricola divenne la comune struttura sociale ed economica:  essi furono per secoli punto di riferimento per le comunità dei villani che lavoravano alle dipendenze dei chiostri.
Anche la parrocchia di Santa Maria in Lapide stette sotto il dominio farfense dal 1039 al 1572 pur rimanendo sempre libera con un governo civile di stampo repubblicano che prevedeva un Parlamento generale e otto Priori. Ad amministrare la giustizia era il Podestà, mentre il Sindaco aveva il compito di governare e amministrare i beni del comune; un Concilio di Credenza, composto da sedici membri discuteva le proposte da portare in parlamento.
Questa sua indipendenza messa in pericolo per brevi periodi dalle mire della città di Ascoli, fu sempre gelosamente difesa, tanto che nelle costituzioni del Cardinale Egidio Albornoz  “Mons Sanctae Mariae” in Gallo veniva riconosciuta come terra libera.
Nella seconda metà del Trecento il territorio di Montegallo fu funestato da lotte e rivalità di fazione tra guelfi e ghibellini e dalle azioni spavalde di due “teste calde” come Galeotto Malatesta e Filippo Tibaldeschi.
Le azioni di rivolta dei montanari contro i soprusi dei signorotti portarono il Malatesta a scatenare azioni violente contro diversi castelli tra cui quello di Fonditore e di Santa Maria in Lapide causando la perdita di molti soldati e di feroci vendette. Le rivolte dei montanari furono a questo punto così tenaci da espellere definitivamente il Malatesta.
Nonostante la pace procurata alla zona dal legato Egidio Albornoz e dalle Costituzioni emanate nel 1357 molte altre lotte faziose incendiarono per secoli queste terre.
Nel Cinquecento il brigantaggio si scatenò come prodotto dei conflitti sociali ed ebbe come focolaio l’Abruzzo: esso fu fenomeno significativo e frequente, forma di lotta radicata nella cultura di questi posti. Tra il 1789 e il 1860 il brigantaggio si diffuse invece come forma di lotta contro l’ingerenza dei francesi e si riaccese come lotta di resistenza nel Risorgimento contro l’unificazione italiana e in difesa dello Stato Pontificio. I montanari, di parte reazionaria, si batterono contro il generale Pinelli, ma furono costretti a capitolare ed assistere alla nascita del Regno d’Italia e del comune di Montegallo nel 1861.
Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo venne portata a compimento un’opera molto importante per il montegallese: la costruzione dei due tronchi di strada del Galluccio e del Fluvione. Per la prima, che metteva in comunicazione Montegallo con Forca di Presta ed Arquata, vennero investite ingenti risorse economiche anche se il primo braccio di strada, lungo sei chilometri, risultò presto danneggiato da una frana avvenuta nel 1901.  Nel 1894 iniziò invece la costruzione della strada, lunga circa undici chilometri, che congiungeva Montegallo con Roccafluvione fiancheggiando il Fluvione. La strada venne inaugurata nel 1899.

Roccafluvione
ponte nativo_optIl comune di Roccafluvione comprende un territorio molto ampio situato nella valle del Fluvione che nei secoli ha subito molte trasformazioni per ragioni storiche, politiche ed economiche.
Anticamente il capoluogo era situato a Roccacasaregnana e solo nel 1863 assunse la denominazione di Roccafluvione. Il toponimo deriva dal composto di “Rocca” con “Fluvione”, che formalmente richiama il latino “fluvius” cioè “fiume”, ed è probabilmente di tradizione dotta. Nel 1866 un regio decreto soppresse i comuni di Osoli e Roccareonile per riunirli al neonominato comune, ma solo nel 1875 la sede comunale si spostò definitivamente in frazione Marsia, dove si trova attualmente. Al comune di Roccafluvione vennero poi accorpate le frazioni di Casacagnano, Cerqueto e Valcinante prima annesse al comune di Venarotta.
Il territorio fu abitato sin da tempi antichissimi, ma le poche notizie rimaste e i reperti archeologici rinvenuti non consentono di azzardare datazioni precise. Tra gli oggetti di scavo assumono particolare importanza un antico ripostiglio databile tra l’XI e il X sec. a.C., riferibile alla civiltà protovillanoviana (X-VIII secolo a.C.), un elmo a calotta emisferica in bronzo, riferibile alla civiltà Picena della metà del VI secolo a. C., e le 25 conchiglie “puntuculus” che alcuni studiosi attribuiscono alla sepoltura di un individuo proveniente da territori marittimi. Nel II secolo d.C. i territori piceni, e probabilmente anche il territorio del Fluvione, entrarono a far parte della regione denominata “Flaminia et Picenum Annonarium”, mentre nel V secolo d.C. tale territorio, facente parte della V regio Augustea, prese il nome di “Picenum Suburbicarium”. In seguito alla caduta dell’impero romano queste zone furono soggette al degrado e alle distruzioni portate dalle guerre e dalle scorrerie dei barbari.
La presenza dei barbari e dei longobardi ha lasciato le sue tracce nei toponimi, nei ritrovamenti effettuati in alcuni paesi come Sala e Forcella e nei resti di fortificazioni e torri di avvistamento per il controllo del territorio. In quest’epoca gli insediamenti si costituiscono in punti strategici a ridosso della Salaria creando punti di controllo e collegamento a vista come si riscontra tra Sala, Forcella e Cagnano di Acquasanta Terme.
Intorno all’anno mille si moltiplicano anche gli insediamenti fortificati, dovuti all’incastellamento medievale, con la conseguente configurazione sociale economica e amministrativa del feudo. Tracce di “castra” o “castella” feudali si possono intuire a Scalelle, Pastina, Roccacasaregnana, Agelli, Poggio Paganello, Vetreto e Forcella.
Forte è l’ingerenza dei monaci farfensi che ricevettero una ricca donazione di territori del Fluvione da due nobili longobardi, Trasmondo di Hilperino e Biliarda d’Arduino; nel 1039 essi diedero all’abate Suppone un territorio consistente in settemila moggi di terra che interessava la vastissima area dal torrente Noscia fino a Pedara e Pastina.
Testimonianze architettoniche derivate dalla presenza dei benedettini di Farfa sono ancora oggi la chiesa di S. Stefano di Marsia, quella di S. Maria Assunta di Scalelle e quella dei Ss. Ippolito e Cassiano a Pedara.
Per secoli il territorio del Fluvione fu gestito in maniera disordinata da signorotti locali, fino a quando non giunse a porre ordine, per conto del papa che allora aveva la sua sede ad Avignone, il cardinale Egidio Albornoz. Le Costituzioni Aegidiane emanate dal Cardinale nel 1357 riportarono tutto il territorio marchigiano sotto il diretto controllo dello Stato Pontificio.

L’area del Monte Ceresa

generale_optDelimitata a nord dal Fluvione e a sud dal Tronto, l’area del Monte Ceresa è una vasta zona montuosa con una estensione di circa 120 Kmq (12.000 ha), con punta massima di quota al M. Ceresa (m 1494) e al Pizzo Cerqueto (m 1347).

L’elevato interesse naturalistico e culturale di tale area, oltre che la sua notevole omogeneità geologica e botanica, ne fanno un potenziale polo di riequilibrio e cerniera fra i due Parchi dei Sibillini (a Nord-Ovest) e del Gran Sasso e M. della Laga (a Sud). Amministrativamente divisa tra i Comuni di Acquasanta, Arquata, Montegallo, Roccafluvione e in piccola parte Ascoli, è punteggiata da frazioni che si spingono anche a quote notevoli come Capo di Rigo (m 925), Piandelloro (m 804), Agore (m 851), Peracchia (m 871). La loro origine si può far risalire tra il 1200 ed il 1600, ma di qualcuna di esse (Venamartello, ad esempio) si ha notizia in qualche documento fin dai primi anni del 1000. Non è escluso che qualche frazione risalga al 578, quando, in seguito alla marcia verso Ascoli di Faroaldo duca di Spoleto, parecchi cittadini fuggirono sulle montagne fondando nuovi insediamenti.
Come molti altri paesi della zona, fin dal 1550, anche questi subirono le conseguenze della lotta al banditismo che comportava spesso la distruzione dell’intero abitato per snidare o punire i banditi che vi si rifugiavano e i montanari che davano loro ospitalità. Nonostante ciò sono giunti a noi agglomerati edilizi sostanzialmente omogenei anche se in condizioni generalmente precarie.


DSC0756_optNel caso delle frazioni abbandonate in occasione dell’ultimo grande flusso migratorio (anni ‘50 - ‘60) si è, invece, assistito ad un rapido decadimento edilizio con conseguenti crolli, soprattutto per quanto riguarda le strutture di copertura.
Oggi, accanto ai paesi totalmente spopolati dopo la grande migrazione degli anni cinquanta, come è stato per Rocchetta e Poggio Rocchetta, ve ne sono diversi con un numero di abitanti vicino o sotto le dieci unità, in prevalenza anziani. Da tutto ciò si può prevedere che il totale abbandono delle frazioni montane si compirà entro pochissimi anni, portando dei danni ancora più rilevanti all’intero sistema montano.

Introduzione

_DSC1809_optChiunque, andando in giro per monti, avrà notato i vari segni e tabelle che spesso indicano il percorso da seguire. Avrà anche notato che il territorio montano del Piceno ne è stato a lungo completamente privo. Per scelta.

La sezione del Club Alpino Italiano di Ascoli Piceno ha sempre pensato che segni, tabelle o altre indicazioni siano un modo per “addomesticare” la montagna e renderla troppo simile alla città. Una visione un pò “elitaria” se vogliamo, che comunque ha permesso a molte persone di “perdersi”.
Non sobbalzate sulla sedia: perdersi è indispensabile per imparare a conoscere la montagna. Verrebbe da augurare a tutti di vivere, almeno per una volta, questa esperienza. Per nostra fortuna, il territorio che abbiamo permette questo genere di “avventura” fuori programma e anche quando si sbaglia sentiero o valle, se non si è proprio sprovveduti, alla fine tutto si risolve con qualche ora di cammino in più.
Da un po’ di anni, però, perdersi è diventato problematico: sterrate, cartine aggiornate, telefoni cellulari ed infine il GPS, lasciano poco spazio all’intuito. Eppoi, seppure resta possibile scegliere di vagabondare per boschi senza strumentazione o guide, prima o poi si incontra una strada. Lentamente ma inesorabilmente, le strade stanno distruggendo un patrimonio millenario fatto di una rete di sentieri, a volte esili, a volte comode mulattiere, che spesso sono l’unico modo per addentrarsi nelle valli.
Alcuni territori, come Arquata o Montegallo, non hanno quasi più sentieri di bassa quota, principalmente perché ad ogni taglio di bosco si aprono nuove piste sui tracciati dei vecchi sentieri, spesso anche usando esplosivi per frantumare le rocce; queste piste vengono poi abbandonate ed in breve tempo l’acqua le distrugge: basta un anno e quello che era un bellissimo sentiero in perfetto equilibrio con il pendio, diventa un solco fangoso che per di più  rischia di innescare rovinose frane.
Gli antichi sentieri sono una testimonianza storica, alla pari con qualsiasi altro monumento architettonico. E’ perciò urgente una loro tutela. Le esigenze di chi deve lavorare con la montagna vanno rispettate, ma distruggere così, senza un minimo di pianificazione, ogni percorso è veramente una pazzia. Con un fuoristrada oggi è possibile andare in vetta, o quasi, a Pizzo di Sevo o al Monte Girella, a Pizzo di Moscio, come sulla bellissima cresta di San Gerbone. Il Ceresa è assediato da piste, che oggi sono giunte al Pianamonte ed al Cerqueto, e se ancora non hanno raggiunto la vetta è per i suoi versanti troppo impervi.
Ma la sua bellezza è ancora notevole, e il turismo potrebbe essere un’opportunità in più per conservarne il fascino; ma è evidente che deve essere un turismo che rispetti il territorio il più possibile.
A questo punto, segnalare una zona, renderla più fruibile, fornire strumenti per diffonderne la conoscenza, come l’esperienza dei parchi ha insegnato, può essere una soluzione possibile per evitare un ulteriore degrado.

Antonio Palermi
(coordinatore del progetto)