Itinerario 9

Loc. di partenza: Collefalciano 571 m

Località di arrivo: Tallacano 660 m

Dislivello complessivo: 350 m circa

Orario complessivo: 3/4 ore

Difficoltà: E

Segnaletica: itinerari n. 428, 429

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Di là dal fiume e tra gli alberi

Da Collefalciano a Tallacano

Accesso

Dal bivio sulla vecchia Salaria, si prende per Tallacano fino al bivio per Falciano e Agore.

Si parcheggia davanti alla chiesa del paese di Falciano.

Commento

Bella escursione, non difficile e panoramica. Per chiudere l’anello proposto occorre percorrere un tratto di strada asfaltata ma, essendo breve, non ne riduce l’interesse.

Il sentiero, nel primo tratto, supera fasce di arenaria e boschi con bella veduta sul borgo di Tallacano che si raggiunge dopo aver attraversato il fosso. Vi invitiamo a girovagare nel paese, in cui pietra ed uomo si sono contesi per secoli lo spazio, con scorci veramente suggestivi.

Tutto il ritorno è per strada, prima asfaltata poi sterrata.

Relazione

Da Collefalciano, si risale la netta mulattiera (428) che inizia davanti alla chiesa. Raggiunto Collefalciano (571 m, 0.10 ore) si prende una stradina in terra che supera l’ultima casa in alto sul paese e, poco oltre, giunge ad un netto bivio (575 m). Prendere il sentiero che inizia verso destra (429) e in lieve salita si addentra nella valle. Sempre per sentiero si continua sul fianco della montagna e dopo aver superato alcune valli poco incise si giunge ad un bivio (675 m circa, 0.45 ore). Prendere a sinistra in leggera discesa e seguire la traccia che supera radure e brevi macchie di bosco. Si oltrepassa una caratteristica casa completamente ricoperta di edera (585 m) e si continua (sentiero più netto) sempre in discesa fino al fosso di Tallacano (525 m circa, 0.30 ore).

Superato il torrente si riprende il sentiero di destra che, con alcune nette svolte, sale fino al paese dove, alle prime abitazioni, incrocia un altro sentiero (650 m circa, 0.20 ore).

Si risalgono le strette vie del borgo fino alla chiesa posta in cima al paese. Terminata la visita al paese, consigliamo di tornare al bivio a q. 650 m e di seguire il sentiero che in lieve discesa supera un fosso secondario e risale lentamente l’altro versante. Ci si tiene poco sotto la strada asfaltata che si incrocia poco più avanti, dopo i tornanti del cimitero (0.15 ore).

Si continua per strada asfaltata, si supera il bivio per Venamartello e, raggiunte due case sul bordo sinistro della strada, si prende la pista che inizia tra le due costruzioni (490 m circa, 0.20 ore, itinerario n. 428).

Questa oltrepassa di nuovo il fosso di Tallacano (471 m) e risale l’altro versante. Prima in lieve salita, poi in piano si raggiunge di nuovo Collefalciano (0.30 ore).

Anello

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In questa pagina: diversi scorci di Tallacano

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Falciano

Dai dati frammentari esistenti su questa frazione, emerge la sua importanza, tra le altre ville, dal punto di vista ecclesiastico, poiché la sua chiesa intitolata a San Martino è riconosciuta nei documenti come essere una “Pievania”; era così definita una chiesa legata al vescovo che delegava il Pievano ad immettere nelle rispettive sedi i chierici ed i rettori delle vicine Ville.

Anticamente, nei pressi di Falciano risultava documentata una contrada denominata Vena del Castello, probabilmente posta al confine orientale del territorio di Aquilaria e ipoteticamente sede più antica della villa o maniero gentilizio di cui è rimasto nei secoli e nella memoria il toponimo. Di questa struttura oggi non rimangono tracce, ma gli studi compiuti attestano la presenza di una fortificazione sul rilievo roccioso sopra l’abitato di Falciano. La scelta del sito, inaccessibile sui tre lati, riproporrebbe la tipica struttura difensiva di queste zone in epoca medievale.

La perdita del castello fu probabilmente dovuta ai disagi del sito e ad eventi bellici; successivamente l’edificio fu oggetto di spoliazione di materiale lapideo utilizzato per la costruzione delle case del borgo. Per questo motivo una lettura più approfondita della struttura è oggi difficile e non documentabile.

La chiesa, intitolata a San Martino, presenta l’abside in travertino, la torretta a velo e la data del 1578 segnata nel presbiterio sotto il monogramma di Cristo. Nel 1700 sembra che fossero ancora presenti dei resti del palazzo di un principe romano e, dai racconti degli abitanti del luogo, pare che qui vi fossero delle terme in quanto dai ruderi scaturiva un’acqua nera medicamentosa.

Sicuramente nei dintorni c’era un ospedale, chiuso forse nel 1587, governato dai Cavalieri di Malta, i quali aprirono altri ospedali in Acquasanta capoluogo, Quintodecimo e Montecalvo.

L’ordine dei Cavalieri di Malta esisteva fin dal 1100 come comunità religiosa e ospedaliera. Nel testamento di Ser Vanne Antonio di Falciano, del 1417, si trovano lasciti a favore dell’ospedale di San Giorgio e degli ospedali di Tallacano e Forcella. Nel 1587 non esisteva più l’ospedale di San Giorgio, ma al suo posto fu intitolata la chiesa di San Giorgio di Falciano, di cui rimangono oggi solo dei ruderi.

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Il ponticello sul fosso di Tallacano

La parte alta di Tallacano con il campanile della chiesa

Itinerario 8

Località di partenza: Santa Maria di Acquasanta 400 m circa

Località di arrivo: Pizzo dell’Arco 1011 m

Dislivello complessivo: 700 m circa

Orario complessivo: 4.30/5.30 ore

Difficoltà: E

Segnaletica: itinerari n. 414, 402, 417, 416

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Bello da mozzare il fiato

Da Santa Maria di Acquasanta a Pizzo dell’Arco per Valle Saggia

Discesa: per Cocoscia

Accesso

Da Acquasanta Terme prendere per Santa Maria. Al paese si prende la strada che di fianco al bar entra nel centro abitato. È consigliabile lasciare l’auto sulla piazza che si incontra dopo 100 m. Si segue la strada che scende verso il fiume seguendola fino al vecchio lavatoio, nei pressi del capannone in uso all’ASA (Associazione Speleologica Acquasantana, 400 m circa).

Commento

Chiunque sia passato per Acquasanta non può non aver notato l’aguzza cima che sovrasta il paese verso Nord. È Pizzo dell’Arco. Panoramico, a picco sulla valle, rappresenta una ottima meta per una gita escursionistica. Quello che qui proponiamo è l’itinerario che sale da Santa Maria e passa per il diruto borgo di Valle Saggia e per quello di Cocoscia, anch’esso semi abbandonato ma in via di ristrutturazione.

Il percorso è molto vario: risale l’alveo del Tronto, aperto ed assolato nella prima parte, boscoso ma con affacci panoramici nella seconda, rivolta a nord, dove il castagno la fa da padrone ormai da secoli. E secolari sono anche i grandi esemplari che potrete ammirare alla base del Pizzo.

Il tratto di cresta successivo alla cima è in assoluto il più suggestivo ed impressionante del gruppo, fra grandi lastronate di arenaria a picco sulla valle di Novele, con le propaggini meridionali dei Monti della Laga davanti e la valle del Fosso di Noce Andreana (sopra Quintodecimo) con il Monte Scalandro in primo piano. L’affaccio è mozzafiato, ma bisogna stare attenti a non sporgersi troppo in caso di roccia umida o, peggio, bagnata.

L’ultimo tratto è su una vecchia pista che permette un rientro più agevole e tranquillo. Consigliata una visita a Venamartello, vero balcone naturale su buona parte della valle del Tronto.

Relazione

Il sentiero (414) inizia con alcune svolte, si abbassa fino al fiume e lo attraversa sul ponte-canale recentemente rinforzato con visibili travi in ferro (345 m). In questo primo tratto si notano purtroppo solo brevi tracce dell’antico selciato, di notevole ed accurata esecuzione. Si continua (ignorare il bivio a sinistra in corrispondenza di una vecchia casa) seguendo il sentiero che risale con frequenti svolte la ripida cresta fino ad un bel ripiano erboso posto subito prima dei ruderi di Vallesaggia (600 m, 0.50 ore, incrocio con il sentiero 402). Oltrepassati i ruderi (non fermarsi sotto i muri pericolanti!), al bivio si prende a destra (a sinistra si va a S. Vito) la traccia pianeggiante. Dopo circa 200 m questa si biforca e si segue quella che si alza a sinistra (l’altro sentiero, ormai in completo abbandono, continua per Venamartello) con varie svolte tra salti di arenaria fino ad uscire sulla cresta. Si cambia versante e si incrocia una pista proveniente dalla sottostante frazione Cocoscia che si addentra pianeggiante nel bosco nei pressi di un’opera di presa con piccola fontanella (bivio, 700 m circa, 0.20 ore). Si segue la pista tenendosi in quota (itinerario n. 417) per alcuni minuti poi, dopo lieve discesa, la si lascia per risalire a sinistra su largo sentiero che risale diagonalmente il bosco. Molto evidente, anche se a volte confuso tra la vegetazione ed altre tracce, il sentiero inizia ad aggirare un rilievo della cresta (Capo Castello) facendosi più esile e superando trattini di arenaria affiorante in zone ripide.

Si giunge infine ad un’ampia radura con esemplari giganteschi di castagni. Ci si dirige verso la cresta seguendo una larga traccia che poi si porta sulla destra a risalire il ripido pendio. Quando la pista torna in piano la si lascia per salire a sinistra verso la cresta sulla quale si individua un sentierino che la risale tra i lecci che ostruiscono il lato sinistro. Tra affacci sulla sottostante Valle del Tronto, si aggira a destra l’ultimo saltino, si torna a sinistra tra i lecci sbucando infine sulla aerea vetta di Pizzo dell’Arco, dalla quale si gode un eccellente panorama sulla Valle del Tronto e sull’antistante catena della Laga (1011 m, 0.55 ore, attenzione a non sporgersi!).

Si ripercorre il breve tratto finale, poi si continua sulla cresta NE del Pizzo tra arbusti di leccio e ginepro; da questo punto si mantiene il filo di cresta che, in corrispondenza di banchi di arenaria, offre vertiginosi affacci sul sottostante Fosso di Novele. Si raggiunge infine, sempre sulla cresta ora ampia e boscosa, la pista che sale dal basso (1000 m circa, 0.30 ore, bivio con itinerario n. 416).

La si imbocca in discesa e la si segue fedelmente. Questa dopo aver traversato un fosso (702 m) aggira una cresta e si abbassa con tornanti su di un castagneto. Raggiunto un bivio (itinerario n. 402, 745 m, 0.45 ore) si prosegue a destra e, ad una curva sottostante, si prende il netto sentiero che verso destra permette di tagliare un tratto di questa strada. Ripresa la pista più in basso, si rasenta una bella piana ancora a tratti coltivata e si raggiunge in breve Cocoscia (690 m, 0.20 ore).

Al paese, si prende il sentiero che inizia poco sotto la casa davanti al fontanile. Dopo una piana, si raggiunge in breve il bottino di presa incontrato all’andata dal quale, imboccato il sentiero che scende sulla sinistra, si torna al punto di partenza (1 ora circa).

Il “naso” che sporge dalla cresta rocciosa dopo il Pizzo dell’Arco

Anello

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I Monti della Laga con lo Scalandro in primo piano, dalla cresta

Cocoscia

La Villa de Cocosia è il centro più antico di cui danno testimonianza i documenti farfensi; nel 1039 risulta essere tra le cospicue donazioni di territori che Ilperino e sua moglie Ladi affidano alla protezione dei monaci sabini.

Nel 1255 Cocoscia (Cucusia) viene menzionata in occasione di una disputa in cui Alessandro IV da Anagni invita il podestà di Ascoli ad intervenire contro la villa di Quintodecimo che aveva attaccato e depredato questo castello.

Nel secolo successivo la vita di questa villa fu strettamente collegata a quella di Venamartello; infatti nel 1381 i documenti del catasto ascolano le associano in una sola entità pagante i contributi alla magnifica città, e tre decenni dopo nel bollario vescovile le due ville compaiono strettamente congiunte assieme alle loro chiese di S. Salvatore e S. Angelo dette “de Cocosia sive Vena Martelli”. I beni di queste chiese risultano a carico del Rettore Giovanni Massetti e del chierico prebendato Giovanni Massioli di Venezia. Entrambe le chiese sono citate in documenti del ‘300 e del ‘400, ma della chiesa di Sant’Angelo di Cocoscia si perdono ben presto le tracce.

Nel 1454 Giovanni da Tallacano paga i diritti di visita pastorale per la chiesa di S. Salvatore, centro unificatore delle due ville, mentre il catasto ascolano nel 1458 chiama separatamente le due Ville (Villa de Cocosia (sic) e la villa de Vena Ammartellu) al pagamento dei tributi.

Purtroppo non si hanno molte notizie sulla storia di questa zona a causa della perdita dei protocolli dei notai, fonte di preziose notizie sui luoghi.

Venamartello

Il paese di Venamartello domina il territorio di Acquasanta con le sue case allineate in cresta sopra un masso tufaceo sulla sponda settentrionale del fiume Tronto.

Per raggiungerlo in auto si deve arrivare alla frazione di Centrale, posta poco dopo l’incasato di Acquasanta, e trovare il bivio della strada che si inerpica per i castagneti e i boschi fino a raggiungere numerosi paesini di quella zona. Nel piccolo paese, dall’alto della cresta si può percorrere il belvedere, un corridoio che si affaccia su un panorama vastissimo e permette di ammirare non solo l’incasato di Acquasanta, ma una gran parte di territorio come in una cartina geografica: le cave di travertino, dove si estrae il materiale da costruzione che caratterizza da secoli i monumenti e le abitazioni di queste zone, il paese di Paggese con vicino Castel di Luco, e poco distante il Monastero di Valledacqua.

Sullo sfondo la scenografia è caratterizzata dai Monti della Laga nella loro vasta estensione con alle spalle la severa imponenza del Gran Sasso.

Uno dei fatti storici più importanti che interessarono questo territorio fu il decennale contenzioso aperto tra il 1550 e il 1600 con la villa di Tallacano riguardo la delimitazione dei confini territoriali sul monte Savucco per il quale venne interpellata la Curia Romana. Nel 1620, dopo cinquat’anni di insolute controversie, la vertenza venne affidata dalle due Ville a Tito Guiderocchi e a Silvio Alvitreti in veste di rispettivi procuratori. I testi che testimoniano lo scontro nominano spesso vari componenti della famiglia dei Velenosi che costituivano un gruppo consistente della vita sociale di Venamartello.

Nel periodo napoleonico e in quello unitario Venamartello ebbe un posto rilevante nella guerriglia che si era scatenata nel territorio acquasantano.

All’inizio del 1900 la villa divenne importante punto di arrivo della condotta che da Arquata fornisce acqua alle turbine della centrale elettrica.

Tra i nomi e gli appellativi più curiosi che si rinvengono nei documenti cinquecenteschi troviamo: Scarafajo, Venenuso, Bresca, Malese, Cannolo, Santanzina, Lepre, Segnore, Mosca, Pellecciò ecc …

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Dopo Pizzo dell’Arco, verso il Monte Savucco

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Il castagneto sotto la cresta Nord-Est

Itinerario 7

Località di partenza: Novele 520 m

Località di arrivo: Peracchia 880 m

Dislivello: 360 m

Orario salita: 2.30/3.30 ore (1.30 ore in più con la variante per Sasso Miglio)

Orario discesa: 1.45/2 ore

Difficoltà: E

Segnaletica: itinerari n. 411, 412

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L’antico sentiero della valle

Da Novele a Peracchia

Discesa: stesso itinerario

Variante: per Sasso Miglio

Accesso

Dalla Salaria, all’altezza di Quintodecimo, prendere per Novele. La stretta stradina asfaltata dopo varie curve e tornanti si distende prima di raggiungere la frazione. Circa 200 m dopo l’ultimo tornante parte, sulla sin, una larga traccia. Parcheggiare nelle vicinanze. È possibile anche proseguire in auto e parcheggiare nei pressi della chiesetta di Novele, per poi tornare al punto in cui parte la traccia.

Commento

Uno dei più bei sentieri dell’area, nonostante lo sfacelo a cui nella parte iniziale è stato sottoposto in seguito all’apertura della strada di accesso ai castagneti. Molto suggestivi quando l’acqua è abbondante (aprile-giugno) gli affacci sul fosso ed i suoi laghetti nella prima parte del sentiero.

L’itinerario, nel primo tratto, si sviluppa in corrispondenza della valle del torrente Novele. Tutto il percorso è caratterizzato da boschi di querce, castagni e vaste leccete. Da segnalare la presenza del pungitopo (specie protetta), nonchè dell’erica, del ginepro e della ginestra.

Itinerario prevalentemente di bosco, non è privo di affacci panoramici sul gruppo della Laga. Consigliamo di abbinare alla gita una visita al suggestivo insediamento di Sasso Miglio, che richiede circa un’ora di cammino in più, tra andata e ritorno. Si tratta di una serie di vecchie costruzioni, ora poco più di ruderi, posti alla base di un’imponente e strapiombante parete rocciosa. È un’ulteriore testimonianza della contesa di spazi, da parte dell’uomo, ad una natura aspra ed inospitale; qui infatti gli abitanti di Peracchia si recavano a coltivare, tra l’altro, anche vigneti che, grazie all’esposizione a sud, il versante riusciva a produrre.

Si tratta di un percorso di media lunghezza adatto a tutti.

Relazione

Imboccata la pista (525 m circa), dapprima si risale poi si continua a traversare in piano oltrepassando il fosso, un vecchio lavatoio (attenzione, zone impaludate) e, aggirato un crinale, si raggiunge il fosso di Novele, attraversato da un ponticello in cemento. Oltre il ponte si volge a destra tenendosi in prossimità del fosso. Ora su inclinate e suggestive cenge d’arenaria, ora su prati, il sentiero costeggia e risale il fosso che in basso a destra forma cascatelle e laghetti fino a traversarlo in prossimità della convergenza di una pista proveniente dall’altro versante (556 m). A questo punto si segue la pista che risale il versante poi prosegue parallela al fosso, e lo traversa in corrispondenza di un canale dell’Enel. Qui si lascia la pista per prendere il sentiero che, fiancheggiando il canale, si tiene sul versante destro del fosso. Si risale il fondovalle tenendosi a volte sul fondo a volte sui suoi lati. Il sentiero, sempre evidente e riconoscibile, si alza progressivamente fino ad un crinale che divide in due la valle. Ci si porta sul lato destro e si continua fino ad incontrare una pista che scende ripida verso il basso. La si traversa continuando su sentiero fino a toccare nuovamente il corso d’acqua (vecchia croce di ferro, bivio) nei cui pressi è il bivio per Sasso Miglio (840 m, 2.15 ore). A sinistra, si prosegue per Peracchia, ormai vicina, che si raggiunge in pochi minuti (871 m, 0.10 ore).

Variante per Sasso Miglio

In corrispondenza della vecchia croce in ferro che si incontra sotto Peracchia (840 m), parte a destra (sinistra, se si scende) un sentierino (sentiero n. 412) che costeggia alcuni orti, traversa il fosso e risale il versante opposto. Tra lame d’arenaria, ripidi versanti scoperti e boschi, il sentiero traversa due profondi fossi, poi, aggirato un crinale, giunge alle grandi pareti gialle sotto cui si trovano i ruderi. A valle di questi, pendii detritici testimoniano frane anche recenti. Il percorso continua a traversare il successivo fosso poi si perde tra la vegetazione (830 m circa, 0.45 ore). Per il ritorno (stesso itinerario) considerate lo stesso tempo dell’andata.

Andata e Ritorno

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Peracchia

“Il professore universitario americano Camillo Peracchia, di origine italiana, attesta che il nome di questa villa, come quello di altri otto paesi in Italia, è legato ad un sommo Sacerdote israelita emigrato in occidente dopo la diaspora ebraica”. (Cognoli V., 1993).

Sempre secondo Virginio Cognoli, nel 1394 venne edificata a Peracchia una chiesa intitolata a S. Maria, mentre una seconda chiesa dedicata ai SS Giovanni Battista, Evangelista e Antonio venne edificata nel maggio 1472. Entrambe le chiese furono legate ai canonici lateranensi da un censo annuo di una libbra di cera da consegnare il giorno di Pasqua.

La diretta dipendenza lateranense delle due chiese fece sì che Peracchia, insieme a Capodirigo, fosse destinata ad ospitare officiatori, cappellani e rettori alcuni dei quali vengono ricordati per le generose donazioni fatte alle due chiese.

Secondo i documenti la chiesa di S. Maria venne riedificata nel 1587 da un maestro lombardo, tale Jacobo della Piazza o Pranza.

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Un affaccio lungo il sentiero

L’insediamento di Sasso Miglio

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Lungo il fosso di Novele

La chiesetta di Novele

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Novele

Questo paese nei documenti risulta denominato con numerosissime varianti, ma probabilmente il suo nome deriva dal latino Novalis che suggerirebbe l’indicazione di un nuovo territorio aggregato ad un altro, a seguito della donazione di proprie decime. Già nel del Trecento, prima della costruzione dell’incasato di Novele, la zona era conosciuta per una chiesetta denominata S. Egidio de Rometoria precedentemente intitolata a S. Vito. Qui, secondo gli studi compiuti, si trasferì un gruppo di eremiti di S. Egidio provenienti da un vecchio eremo presso Cignano.

Nella toponomastica la zona risultava all’epoca denominata Colle de Morrice poiché la villa di Novele non era ancora esistente, mentre nel Quattrocento risulta ben inserita nella vita amministrativa del Sindicato di Quintodecimo. Come nella zona di Favalanciata, il territorio fu sottoposto alle tassazioni imposte dai Cavalieri di Malta, ma le loro richieste furono qui più sostenibili e vennero sempre soddisfatte senza creare sommosse.

Nel 1627 il consiglio decise di edificare un oratorio intitolato a S. Egidio dentro il paese e il pievano di Quintodecimo, Vincenzo Vagnolino ottenne l’autorizzazione dal Vescovo Sigismondo Donati.

(Cognoli V. - 1993)

Itinerario 6

Loc. di partenza: Poggio R. 650 m

Dislivello complessivo: 200 m ca

Orario complessivo: 2/3 ore

Difficoltà: E

Segnaletica: itinerario n. 435, 401, 430

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Anello

Il sentiero per la grotta: più verde non si può

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La grotta delle sorprese

Poggio Rocchetta - Grotta del Petrienno - le Pagliare - Poggio Rocchetta

Accesso

Prendere la vecchia Salaria (uscire ad Acquasanta se si proviene da ovest oppure a Ponte D’Arli se si proviene da est). Nei pressi di Centrale, prendere per Tallacano e seguire questa strada fino al paese. Giunti a Tallacano, continuare per la strada bianca che inizia subito oltre e seguirla fino al termine. Si parcheggia sullo slargo proprio sotto la frazione di Poggio Rocchetta.

Commento

La “Grotta” del Petrienno è stata l’ultima “scoperta” di questo gruppo, che ci ha riservato non poche sorprese. Quando arriverete alla grotta capirete meglio il perchè. Praticamente invisibile, anche se di dimensioni ragguardevoli, circa 60 m di larghezza per 15 di profondità, è nascosta quasi interamente da alberi e incassata in una stretta valle del tutto invisibile a distanza. L’entrata che proponiamo, passa sotto la cascata formata dal fosso ed è veramente simpatica anche se improponibile nei periodi di piena. I locali ci hanno raccontato che il luogo è stato di ricovero a soldati americani durante l’ultima guerra, ed alcune scritte sulle pareti lo confermano. La vicinanza dal paese (poco più di 1 Km), la comodità del percorso (quasi sempre pianeggiante) fanno di questo itinerario una gita proprio per tutti, piacevole, istruttiva e ricca di suggestione.

Relazione

Dal parcheggio (650 m circa) si prende il sentiero (402) che sale al paese e, oltrepassate le prime case, si prende subito a sinistra una mulattiera pianeggiante (sentiero n. 435). In leggera discesa si costeggia il fosso, si oltrepassano i ruderi di una vecchia costruzione incassata nella roccia e poco oltre si giunge ad un bivio (raccordo per il sentiero n. 430) nei pressi della confluenza tra il fosso delle Pile e il fosso Petrienno (635 m). Si continua in lieve salita tenendosi sempre sulla sponda destra del fosso, si oltrepassa, ignorandolo, un bivio minore verso sinistra e si giunge ad un nuovo, poco evidente bivio.

Prendere a sinistra; in lieve discesa, su una traccia poco marcata che conduce in breve al fosso dell’Agore, che si attraversa. Il sentiero, adesso più netto, volge verso sinistra e poco oltre aggira un crinale. Una vecchia costruzione arroccata sulla roccia precede un grande strapiombo. Costeggiare la parete fino in fondo dove una stretta fenditura tra grandi massi permette di accedere sull’altra sponda della valle passando proprio sotto la cascata formata dal fosso. Qui è la grotta del Petrienno (700 m circa, 1 Km circa, 0.30 ore).

Si risale tutta la grotta; poco oltre, verso monte, il sentiero risale nel bosco e volge subito verso destra. In traverso ci si riporta al fosso che in questo tratto forma caratteristiche cascate. Lo si attraversa di nuovo e con alcune svolte si sbuca su una vecchia pista. La si segue verso sinistra, si attraversa di nuovo il fosso e poco oltre si giunge al bivio con l’itinerario n. 401 (770 m circa, 0.20 ore).

Prendere a sinistra per il sentiero che dopo una leggera salita sbuca su una cresta molto panoramica. Si continua in piano verso destra, si supera la località “le Pagliare”, ormai solo ruderi di edifici nei pressi di alte pareti di arenaria, e in leggera discesa si oltrepassa il fosso delle Pile. In piano si raggiunge in breve un nuovo bivio (770 m circa, 0.25 ore).

Prendere a sinistra (sentiero n. 430) e, costeggiando il fosso scendere nella valle tra boschi di castagno. Dopo un lungo tratto, poco prima della strada per Poggio si raggiunge un nuovo bivio (650 m circa, 0.20 ore).

Lasciato il sentiero principale si scende velocemente al fosso. Una volta guadato (problematico con molta acqua, 635 m, 0.20 ore) dall’altra parte incrociamo il sentiero dell’andata che, verso destra, conduce facilmente al paese (0.15 ore).

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Doccia obbligatoria prima di entrare nella grotta del Petrienno

Un crostaceo molto sensibile

Il gambero di fiume (Austropotamobius pallipes) è un crostaceo che vive nelle acque correnti e ben ossigenate dei corsi d’acqua montani e collinari, nonché nei tratti sorgivi dei fiumi maggiori. Gli esemplari adulti scavano tane tubulari nella sabbia o nel limo, ove dimorano di giorno e durante l’inverno; gli individui giovanili invece occupano per lo più gli spazi fra i ciottoli del fondo. La specie è intollerante a qualunque forma d’inquinamento e risulta soggetta ad innumerevoli pressioni antropiche che, minacciandone ed impedendone il mantenimento e la diffusione, possono essere così riassunte: rarefazione della specie, degrado ambientale, patologie, pesca incontrollata, bracconaggio ed introduzione di specie esotiche. Nell’ottica di tutela è stata quindi inclusa nella “Lista Rossa degli invertebrati” della IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura) ed è stata riconosciuta come specie europea di conservazione prioritaria dalla Convenzione di Berna.

Questo crostaceo è ritenuto il principale indicatore biologico di qualità dei corsi d’acqua dell’Appennino centro orientale ed al fine di tutelarne le popolazioni e permetterne lo sviluppo attraverso reintroduzioni, nell’ambito dei finanziamenti comunitari LIFE Natura (bando 2002), è in atto il progetto “Austropotamobius pallipes: Tutela e gestione nei SIC dell’Italia Centrale”, elaborato dalla Provincia di Chieti con la partnership delle Province di Ascoli Piceno, Campobasso, Isernia, L’Aquila, Pescara e Teramo. Il progetto presenta un approccio secondo cui la specie è concepita anche come risorsa biologica a vantaggio delle comunità locali; uscendo quindi dalla logica puramente protezionistica che ha contraddistinto il passato, si vuole agire su tale risorsa gestendola in maniera diversa, non permettendone il depauperamento e contribuendo alla sua diffusione. Infatti, a sostegno di divieti di prelievo in ambito naturale, sono previsti incubatoi di valle per la produzione di materiale autoctono da reintrodurre in ambiente naturale ed in maniera subordinata da destinare al consumo.

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L’insediamento nella grotta

Itinerario 5

Località di partenza: Pretare 920 m

Località di arrivo: Passo di Galluccio 1197 m

Dislivello complessivo: ca 300 m

Orario complessivo: 2.30/3.30 ore

Difficoltà: E

Segnaletica: itinerari n. 452, 403, 451

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Anello di Pretare

Da Pretare al Passo di Galluccio

Discesa: per Valle Stretta

Accesso

Dalla SS4 “Salaria”, a Trisungo, prendere per Arquata del Tronto e quindi proseguire verso monte superando Piedilama. Giunti a Pretare si lascia l’auto in prossimità del “Bar Sibilla”.

Commento

Fa parte della rete di sentieri storici che venivano usati un tempo per raggiungere i pascoli della zona di “Prato Comune”.

È un’escursione non lunga e facilmente percorribile da tutti ad eccezione di qualche piccola difficoltà per raggiungere, con breve deviazione, la cima della Tesa. L’itinerario è comunque particolarmente remunerativo, sia per gli aspetti paesaggistici che per quelli ambientali.

Interessante pure nel periodo invernale, durante il quale, con sufficiente innevamento, si presta ad essere percorso anche con le ciaspole.

Abbiamo inserito una variante (non segnata sulla carta) più breve per chi non se la sente di effettuare tutto il giro proposto.

Relazione

Dal parcheggio (920 m), si prende a destra una stradina asfaltata e dopo pochi metri ancora a destra si attraversa un ponticello che supera il fosso di Morricone. Si costeggia il campo sportivo sul lato breve e al termine si lascia un bivio a destra per proseguire in direzione est.

Ora su sentiero si sale nel bosco a prevalenza di quercia, con una serie di svolte. Uscendo dal bosco, si raggiunge un’ampia sella sommitale (1100 m). Da qui, percorrendo in direzione nord-est un’evidente mulattiera per ca. 430 m, si raggiunge, in corrispondenza di un netto tornante, la strada bianca che da Prato Comune arriva al Colle di Galluccio (1175 m, 0.40 ore). Si continua per questa, verso sinistra, e dopo aver superato una cabina dell’Enel si arriva al Colle di Galluccio (1197 m , 0.45 ore).

Da qui si segue la strada provinciale a sinistra per ca. 50 m fino alla vista di una evidente traccia di mulattiera che scende a sinistra verso il fondo di Valle Stretta. La si segue, e superato il punto più basso si continua a scendere, in prossimità del fondo valle, sul versante opposto (1145 m).

Da questo punto il sentiero costeggia per un lungo tratto il confine del parco Nazionale dei Monti Sibillini e pertanto fino a quota 975 è affiancato dalle tabelle perimetrali che riportano il caratteristico emblema. Seguendo il sentiero si arriva ad incrociare una sterrata in corrispondenza di un ampio tornante (966 m), la si prende a sinistra e si prosegue fino a che, divenuta asfaltata, supera un sottopasso e finisce sulla provinciale a Pretare. Per questa in breve si torna al punto di partenza (0.30 ore).

Variante bassa

Dalla sella a quota 1100, si prende a sinistra la cresta, inizialmente ampia, in direzione nord-ovest e si raggiunge in breve il Colle la Tesa dove è posta un’evidente croce in ferro (1171 m , 0.10 ore). Tornati alla sella si continua a scendere in direzione sud-est, seguendo un sentiero che, sempre più largo ed evidente, rientra nel bosco e con rapide svolte raggiunge il cimitero di Pretare (909 m, 0.35 ore). Da qui, seguendo la stradina che parte dall’entrata della Chiesa, si torna sulla provinciale che, risalita a destra, riconduce in breve al punto di partenza (920 m, 0.15 ore).

Anello

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Il convento di San Francesco a Borgo d’Arquata

L’origine del convento di San Francesco presso Borgo d’Arquata si fa coincidere con il passaggio di San Francesco in territorio ascolano avvenuto nel 1215.

La vita di questi primi francescani fu improntata alla estrema povertà, nello spirito dei primi seguaci che ricevettero, in aiuto alle loro necessità, fondi a titolo di legato dalla ricca e possidente famiglia Bucciarelli di origine reatina. Ma i minori osservanti, non trovando tali beni conformi alla regola di povertà praticata da San Francesco, cedettero il convento ai padri conventuali della Provincia dell’Umbria, chiamata anche Amministrazione di San Francesco. L’ambito di tale provincia, come determinato da papa Clemente IV, comprendeva infatti anche i territori di Arquata oltre quelli umbri.

Nel 1810 il governo napoleonico decretò la soppressione della congregazione religiosa ed il convento fu chiuso. Nel 1816 il Papa, tornato a Roma dall’esilio, ordinò il ripristino degli ordini e il ritorno ai conventi, ma per le Marche l’azione veniva ristretta solo agli ordini mendicanti e ai conventi invenduti o restituiti dagli acquirenti. Il convento di San Francesco fu però rifiutato dai conventuali, sebbene questi avessero avuto la possibilità di riaverlo gratuitamente a causa delle difficili condizioni di vita che presentava dovute soprattutto alla posizione e al freddo.

Tuttavia grazie all’opera di Mons. Cappelletti che lo storico Capponi definisce “Vescovo di gloriosa memoria per il suo zelo nella custodia della religione cattolica e della disciplina ecclesiastica”, il quale “fu largamente in benedizione presso gli ascolani”, il convento fu affidato alle cure di Padre Biagio da Castignano. Grazie alle elargizioni delle famiglie e del comune di Arquata, il piccolo convento si ingrandì.

A metà dell’Ottocento i frati avevano aperto una scuola di grammatica, di umanità e di retorica frequentata da giovinetti del Comune. Essa costituiva un motivo di vanto visto che Ascoli non contava che tre insegnanti e l’unica scuola femminile era quella fondata da Mons. Marcucci. La presenza dei religiosi nel Convento terminò tuttavia nel 1862.

Come scrive Adalberto Bucciarelli, nel periodo post unitario, in cui dilagava il brigantaggio, all’interno del convento vennero trovate delle armi e le accuse rivolte ai frati causarono la chiusura del convento. Solo la chiesa fu riaperta qualche anno dopo, mentre i beni e i terreni del convento furono venduti. Ancor oggi la chiesa è officiata e conserva esposta la “Sacra Sindone di Arquata del Tronto”; il convento è invece divenuto abitazione di privati.

didascalia

La “Valle Infetta” con Rigo in primo piano

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Fiordalisi e asfodeli nei prati del Galluccio

Itinerario 4

Località di partenza: Piedilama 818 m

Dislivello complessivo: 450 m circa

Orario complessivo: 2.30/3.30 ore

Difficoltà: E

Segnaletica: itinerario n. 455, 403, 452

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Sui confini del parco

Da Piedilama a Prato Comune

Discesa per Pretare

Accesso

Dalla SS4 “Salaria” a Trisungo, prendere per Arquata del Tronto e quindi a destra per Piedilama. Giunti al paese, si lascia l’auto al posteggio, raggiungibile uscendo a destra dalla provinciale più o meno a metà del rettilineo che attraversa l’abitato.

Commento

Itinerario breve e poco faticoso. Per buona parte è percorribile in MTB restando sui pedali. Di grande interesse paesaggistico, nei mesi da aprile a giugno consente di ammirare svariate specie floristiche caratteristiche del Parco Nazionale dei Monti Sibillini. In inverno, con buon innevamento, può essere percorso anche con le ciaspole.

Il raccordo Pretare-Piedilama purtroppo è su strada asfaltata.

Relazione

Dal parcheggio (818 m), si prende a destra la stradina asfaltata che delimita il posteggio dal lato opposto a quello di entrata. Dopo pochi metri si prende a sinistra la sterrata che esce dal paese in direzione est. Si prosegue su questa tralasciando un bivio a sinistra e cominciando a salire.

Al successivo bivio (837 m) si segue a sinistra, e ancora a sinistra a quello dopo (949 m). Si continua a seguire la sterrata tralasciando una deviazione che sale a sinistra in corrispondenza di una leggera discesa. All’inizio della stagione estiva la strada è attraversata da un piccolo ruscello che si guada facilmente (975 m). Si lascia la deviazione che sale a destra (1036 m) e dopo pochi metri si raggiunge un fontanile (1038 m, 0.45 ore).

Da qui si lascia la sterrata e si prosegue su tracce di sentiero in direzione nord-est superando con qualche svolta il pendio erboso che sale costeggiando a sinistra un piccolo fosso.

Si raggiunge il bosco, dove il sentiero si fa più evidente, arrivando in breve sulla strada bianca, nei pressi di un piccolo casotto di caccia (Prato Comune, 1203 m, 0.35 ore, bivio con itinerario n. 403 a destra e l’itinerario n. 442 per Rigo).

Da qui si segue fedelmente la strada per Colle di Galluccio. Oltrepassato un fontanile (1152 m), dopo circa 200 metri, in corrispondenza di un evidente tornante a destra, si lascia la strada e si prosegue per il sentiero che scende verso sinistra (1175 m, 0.25 ore).

In direzione sud, si raggiunge un’ampia sella (1100 m) e si prosegue verso ovest fino all’abitato di Pretare (920 m, 0.25 ore) Da qui si segue a sinistra la strada fino a tornare al punto di partenza (818 m , 0.20 ore).

Anello

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Monte Vettore dalla parte alta dell’intinerario

La Caccia “alla braccata”

Essendo all’esterno delle aree a parco nazionale, sul territorio del Monte Ceresa l’attività venatoria, con particolare riferimento a quella del cinghiale, è permessa nel rispetto della vigente normativa nazionale (L.157/92) e regionale (L.R.7/95).

Il cinghiale viene principalmente insidiato con il metodo della braccata; questa particolare e tradizionale forma di caccia prevede una specifica organizzazione interna alla squadra in ragione di ruoli e compiti ben definiti. Parte dei componenti della squadra, i battitori, in un certo senso non cacciano visto che, con l’aiuto di una muta di cani segugi, hanno il compito di aggirare una porzione di territorio al fine di ricercare e costringere l’animale braccato in punti prestabiliti di passaggio forzato. Qui vi sono appostati i cacciatori armati, i tiratori, che hanno il compito di abbattere l’animale. Sono ben cinque le squadre autorizzate che esercitano la caccia su questo territorio in cui l’Amministrazione Provinciale di Ascoli Piceno ha l’obiettivo di conservare la specie mantenendone la densità tra 3 e 10 capi/kmq.

Oltre la caccia al cinghiale, molto praticata è l’attività venatoria da appostamento fisso agli uccelli di passo; basti pensare che nel solo comune di Montegallo ci sono ben 9 appostamenti fissi regolarmente autorizzati.

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In alto: il Vettore visto da Prato Comune, in primo piano un casale

In basso: il fontanile sopra Piedilama

Itinerario 3

Località di partenza: chiesa di Sant’Anatolia 781 m (Pastina)

Loc. di arrivo: P. di Galluccio 1197 m

Dislivello salita: 780 m circa

Dislivello discesa: 350 m circa

Orario complessivo: 5/7 ore

Difficoltà: EE

Segnaletica: itinerario n. 403

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Il cammino dei panorami

Da Pastina al Passo di Galluccio

Per Monte Pianamonte, Pizzo Cerqueto e M. Ceresa

Accesso

Dalla SS 78 “Picena”, si prende il bivio per Agelli. Dopo 10 Km si supera questa frazione e si prosegue verso Pastina. Poco prima del paese, ad una netta curva prendere la strada che sale verso monte. In breve si raggiunge la chiesa dove si parcheggia.

Commento

Si tratta di una gita adatta a tutti, non presenta difficoltà particolari (eccetto la lunghezza) e, svolgendosi per la maggior parte sul crinale spartiacque tra le due valli del Fluvione e del Tronto, offre numerosi punti panoramici a 360°. Si possono così ammirare i Sibillini, la Laga, i Monti Gemelli e, più in lontananza, il Gran Sasso.

Molto vario l’aspetto botanico, faggi, querce, castagni, pini, betulle, aceri e molte altre essenze abbondano nella zona che infatti è stata indicata come Zona di Interesse Comunitario.

L’itinerario, di circa 12 Km, va perciò affrontato con un buon allenamento; lungo il percorso non ci sono paesi e si incontrano pochissime sorgenti per cui è consigliato avere con se una discreta riserva di acqua. La salita al Monte Ceresa, la cima più alta del gruppo è facoltativa in quanto richiede una piccola deviazione; non è particolarmente suggestiva, ma è pur sempre la vetta.

Relazione

Dallo slargo davanti alla chiesa di Sant’Anatolia (781 m) si segue la recente strada asfaltata (ma a tratti dissestata) che sale inizialmente ripida, si porta sulla cresta, per poi spostarsi alla sua destra attraversando un castagneto. In circa 2 km questa termina nei pressi di una sella erbosa, con, a sinistra, un’opera di presa. A sinistra il M. li Cucchi (980 m circa, 0.40 ore - sorgente Frigida).

Dalla sella si continua a destra per il sentiero che percorre la cresta, inizialmente sulla sinistra poi a destra, dove si ricongiunge alla pista, fino a portarsi definitivamente sul versante destro della dorsale, che si impenna ripida. Dopo una ripida salita si torna in cresta (tra le numerose tracce che si diramano, mantenere quella principale). Finalmente in piano, si traversa il versante boscoso, con esposizione NE, (in basso a destra, vista su Gaico) poi, nel bosco, si incrocia il sentiero n. 402, che proviene da destra (1037 m, 0.50 ore).

Si prosegue in piano e dopo poco si incrocia una vecchia pista (proveniente da Abetito). Si prosegue in salita, verso sinistra, fino ad una sella boscosa (1192 m).

Per un netto sentiero sulla destra si rimonta la cresta e dopo brevi svolte ci si porta sul largo crinale. Il sentiero diventa pista che continua quasi pianeggiante e supera il bivio con l’itinerario n. 402 che, verso sinistra, scende verso Agore e Piandelloro. Giunti in prossimità del Monte Pianamonte, la pista inizia a scendere ripida ed in breve incrocia un’altra strada sterrata proveniente da Abetito (1193 m, 0.20 ore - itineraario n. 444). Prendere a sinistra e in salita ritornare sul crinale (1249 m, 0.10 ore).

Si prosegue con alcuni saliscendi quindi, in prossimità di un intaglio sulla destra, si lascia la sterrata che continua in piano e si prende il sentiero che entra in questa valletta boscosa.

In breve si risale un dosso, ci si porta sul versante destro della cresta e poi si torna di nuovo sul filo del crinale, su ampie radure prative.

Raggiunto il boscoso filo di cresta si continua fino ad uscire sui prati aperti sommitali bordati, sulla sinistra, da betulle. Si incrocia un bivio (1275 m, 0.20 ore - itinerario n. 448) e si continua salendo sulla cresta per tracce fino a giungere in prossimità della cima di Pizzo Cerqueto.

Si lascia la pista e per una traccia tra alberi di betulla a sinistra della vetta, oppure senza un itinerario definito, si raggiunge facilmente la panoramica cima, ottimo balcone sui Sibillini e la Laga (1347 m). Si continua sul filo di cresta, si rientra nel bosco in un tratto molto particolare con notevoli faggi cresciuti sopra un grosso banco di arenaria. Costeggiando la roccia sul lato destro della cresta (a sinistra ripidi affacci), si passa in una breve spaccatura e si riprende poco oltre il sentiero sui prati. Questo, sempre netto, segue quasi fedelmente la cresta, se ne discosta leggermente per aggirare a sinistra il Monterone, e dopo un lungo e piacevole tratto panoramico e pianeggiante giunge sotto la cresta nord-est del Ceresa (1400 m circa), che incombe sul lato destro con il suo verticale e severo versante nord.

Qui si lascia la cresta e si prosegue in leggera salita sul versante sinistro fino a raggiungere la cresta sud-est del monte. Per ripidi prati si continua a traversare fino ad un bivio proprio sul filo della cresta sud-ovest (1465 m, 1.10 ore). A destra, tra gli alberi, in breve si può raggiungere la vetta boscosa del Monte Ceresa (1494 m, 0.25 ore A/R). Ripreso il filo di cresta principale si continua per il sentiero che lo percorre con belle vedute sulle valli sottostanti. A q. 1362, ad una sella, parte a destra una evidente e larga mulattiera. La si imbocca e, in leggera e continua discesa, si passa sotto Cima Macchia per uscire dal bosco dove termina la strada bianca che viene dal Passo del Galluccio (Prato Comune, 1216 m, 0,20 ore, casale, bivio con itinerari n. 442 a destra per Rigo e 455 a sinistra per Piedilama).

Si continua per la panoramica strada, si supera il bivio con il sentiero che scende a Pretare (1180 m, 0.25 ore, sentiero n. 452) e si prosegue fino al Passo di Galluccio; se si vuole è possibile tagliare varie curve tenendosi sul crinale, meno monotono ma con alcuni saliscendi (Passo di Galluccio, 1170 m, 0.45 ore).

Traversata

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Pastina: sullo sfondo il Monte dell’Ascensione

Pastina

Pastina apparteneva un tempo al Comune di Rocca Reonile; il toponimo fa riferimento al carattere agricolo della sua economia in quanto derivante dal latino “pastinum”: zappa, marra o terra zappata, scassata.

La chiesa vecchia, posta fuori dal paese, è dedicata a Sant’Anatolia ed è di origine farfense. Presenta una facciata con campanile a vela ed un cornicione che divide in due zone il prospetto secondo un rapporto equo. All’interno del paese, degno di nota è un antico edificio fortificato con feritoie e archibugi destinato al controllo e alla difesa del territorio. All’interno vi sono particolari decorativi a stucco con formelle ovoidali che narrano episodi mitologici. Si dice sia stata un’abitazione della dinastia degli Sforza.

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L’invadente antenato del maiale

Il cinghiale (Sus Scrofa) è un mammifero che appartiene alla classe degli Artiodattili poiché si appoggia al terreno con uno zoccolo costituito dalle unghie delle due dita intermedie.

Progenitore del maiale domestico, ha sviluppato nel tempo specifici adattamenti alla vita selvatica come una forma del corpo compressa lateralmente, gli occhi piccoli e laterali, le orecchie grandi e movibili, ed un mantello che si differenzia nelle varie parti del corpo (la giarra, pelo irto e folto, si concentra su schiena e capo e la borra, sottopelo corto e lanuginoso, ricopre il resto del corpo).

In ragione del colore del pelo si possono definire tre classi di età: striati (piccoli fino a 5 mesi con strie longitudinali nocciola chiaro e brune), rossi (subadulti fino ai 18 mesi con colore fulvo-rossiccio) e neri (adulti oltre i 18 mesi con mantello molto scuro che con la vecchiaia va assumendo tonalità di grigio).

Il cinghiale è un animale essenzialmente onnivoro e la sua dieta risulta infatti molto variegata comprendendo frutti carnosi (pere, mele, uva, bacche, etc.), erbe, radici, funghi, tuberi, castagne, ghiande, insetti e non disdegnando talvolta serpenti e roditori in funzione della momentanea necessità.

I maschi adulti conducono vita individuale, unendosi al branco nei mesi invernali in concomitanza col periodo riproduttivo.

Il territorio del Monte Ceresa, caratterizzato da una densa copertura forestale, localmente interrotta da prati-pascolo e coltivi, risulta particolarmente adatto alla vita di questo mammifero che vi trova una buona quantità di risorse e la possibilità di rifugio dopo l’intensa attività di ricerca e alimentazione delle prime ore del giorno e del crepuscolo.

Uomo a parte, in questo territorio la volpe e l’aquila reale rappresentano i principali predatori per i giovani, mentre il lupo è l’unico a riuscire ad avere la meglio anche sugli adulti.

Il ruolo ecologico di quest’animale è molto importante perché svolge la funzione, a scopo alimentare, da spazzino e da “rimescolatore” della sostanza organica presente nel terreno, ma ad esso si legano anche serie problematiche di danni alle colture ed al sistema naturale.

In molte aree protette, tra cui il Parco Nazionale dei Monti Sibillini e quello del Gran Sasso e Monti della Laga, in ragione del carattere esotico dei ceppi presenti e della potenziale dannosità di questa specie, ci si sta impegnando per contenere le popolazioni di cinghiale attraverso piani di abbattimento/cattura selettivi su base scientifica, recinzioni elettrificate a protezione dei coltivi di pregio e rimborsi verso imprenditori agrari danneggiati; in alcune aree dell’Italia, prima tra tutte il Parco regionale della Maremma, la cattura e gli abbattimenti selettivi, operati sempre secondo studi sulle dinamiche di popolazione, risultano una vera e propria risorsa economica per l’Ente gestore che, attraverso accordi con macellatori e rivenditori, riesce ad organizzare filiere di carne di cinghiale assai redditizie.

Affacci vertiginosi sul sentiero dopo Pizzo Cerqueto

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Il M. Vettore dalla cresta per il Colle di Galluccio

Il bellissimo panorama dalla cresta del Pizzo Cerqueto

Itinerario 2

Località di partenza: Uscerno 490 m

Località di arrivo: S. Vito di A. 496 m

Dislivello salita: 880 m

Dislivello discesa: 835 m

Orario complessivo: 5.30/6.30 ore

Difficoltà: EE

Segnaletica: itinerario n. 402

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Dal Fluvione al Tronto

Da Uscerno a S. Vito di Acquasanta

Per Meschia, Agore, Poggio Rocchetta, Tallacano, Cocoscia e Vallesaggia

Traversata

Accesso

Dalla SS 78 “Picena”, al Km 70 si prende il bivio per Montegallo e si segue la provinciale fino ad Uscerno. Si parcheggia nella piazzetta del paese, vicino al bar.

Commento

Uno degli itinerari più belli e vari della zona. Questa traversata collega la valle del Fluvione con quella del Tronto e si svolge per gran parte all’interno di castagneti (alcuni veramente molto suggestivi), ma non mancano vedute panoramiche su tutte le valli circostanti. Uomo e natura qui hanno avuto una relazione strettissima, ed il bosco è stato una delle fonti di principale sostegno per le popolazioni, lasciando segni ancora oggi visibili.

Poiché si attraversano diverse frazioni è possibile trovare acqua durante il percorso. Ed è proprio l’acqua il tema di questo “itinerario dei due fiumi”: l’acqua del Fluvione, un torrente poco conosciuto ma stupendo, dove canyon e forre sono la caratteristica principale del suo breve corso, e il Tronto, fiume più famoso perché la sua valle è interamente percorsa dalla antica Salaria.

Pescatori a parte, oggi i fiumi e i torrenti sono posti praticamente deserti. C’è invece chi non li ha affatto dimenticati. Chiuse dell’ENEL, laghi, pompe di irrigazione e acquedotti ne hanno drasticamente ridotto la portata, poi l’inquinamento (discariche e scarichi fognari) ha dato “il colpo di grazia. Così diverse specie animali si sono estinte, prime fra tutte il gambero e la lontra. Ma anche i pesci hanno subito un colpo durissimo: malattie e pesca ne hanno ridotto il numero e le specie. Oggi la maggior parte delle trote sono “lanciate” dall’Amministrazione Provinciale pochi giorni prima dell’apertura della pesca, trote che spesso non sono in grado di riprodursi ed “usate” al solo scopo ludico. È un peccato! Per l’ambiente, che lentamente ma inesorabilmente si fa sempre più sterile. Per noi che, chiusi nelle città, perdiamo anche il ricordo di questi luoghi, una volta tra i più ricchi di vita.

Relazione

Ad Uscerno (490 m), si prende la stradina che inizia davanti al bar vicino alla piazza del paese. Questa, in discesa, passa sotto la strada principale e poco oltre davanti alla chiesa. Dopo un tornante si attraversa il fiume su un ponticello (450 m). Una volta sull’altra sponda si prende il sentiero che sale parallelo al piccolo fosso sulla destra.

Superata una baracca, si sale a sinistra e in breve si raggiunge una pista. Per questa si continua a salire fino ad un incrocio. Si prende il ramo sinistro e, in piano, dopo poco si aggira una curva e si giunge ad un altro bivio. Si prende il ramo di destra che sale in cresta, si supera poi una zona di massi e dopo una netta curva si riprende la strada asfaltata che collega Meschia a Uscerno.

Si prosegue in piano per questa, si oltrepassa la zona più famosa per il Boulder (vedi box) e si arriva a Meschia (730 m. 0.45 ore).

Dalla piazzetta (fontanile) del paese, si prende un sentiero a destra. Questo, prima aggira il cocuzzolo che sovrasta il paese, poi sale in cima (ottimo punto panoramico, 801 m). Si continua in discesa fino ad una larga sella (774 m, 0,20 ore) e, mantenendo sempre la cresta, si segue una pista che, abbastanza pianeggiante, entra nella valle. Ad un netto bivio (800 m circa, 0.10 ore, incrocio con l’itinerario 446), si prende a sinistra un largo sentiero in salita, caratterizzato dal fondo in arenaria massiccia. Tornato in cresta il sentiero si porta alla sua sinistra ed incontra un castagneto dove diverse larghe tracce si alzano sulla destra; ignorarle e continuare sul largo sentiero per lasciarlo dopo circa 100 m per salire sulla successiva deviazione a destra. Ora più stretto ed inciso il sentiero risale il versante boscoso con diverse svolte e raggiunge di nuovo il filo di cresta in corrispondenza della base di un liscione di arenaria. Lo si risale con vedute panoramiche sul Vettore ed i Sibillini fino alla sua fine e si continua a salire nel bosco.

Ora la cresta si allarga facendosi meno ripida ed il sentiero volge gradualmente a destra fino ad incontrare quello che traversa orizzontalmente il versante (sentiero n. 403, 1037 m, 0.35 ore). Seguire questo a destra, in piano, ed in breve si incontra, in corrispondenza di un suo tornante, la pista dissestata che sale da Abetito. Si continua a salire su questa finché termina sulla dorsale boscosa, spartiacque principale dell’area, nei pressi di una sella (1106 m). Si prosegue a destra per sentiero. Ci si porta sul versante sinistro della cresta per poi risalirla zig-zagando. Tornato pianeggiante il sentiero diventa una pista e continua sulla larga dorsale (1174 m). Dopo poco, ad un bivio (1170 m, 0.15 ore), prendere a sinistra una vecchia pista che dirige verso sud. In breve la pista ridiventa sentiero che inizia a scendere deciso, volge a destra in piano, oltrepassa un fosso (opera di presa) e raggiunge una caratteristica e panoramica sella (983 m, 0.15 ore, bivio per Piandelloro - sentiero n. 424). Prendere a destra su evidente mulattiera che diventa subito pista, in leggera discesa supera un evidente fosso (Fosso del Marchese, 945 m) e, costeggiando antichi muri a secco, giunge ad Agore (851 m, 0.15 ore).

Si entra nel paese nei pressi della fonte, si fiancheggia la chiesetta, e si percorre la via che lo attraversa interamente. Dopo le ultime case, al termine della stretta stradina parte la vecchia mulattiera che, a tratti larga ed evidente, percorre la cresta sottostante ora portandosi a destra ora a sinistra del filo, tra paretine e lame di arenaria. Quando la cresta si fa più ripida il sentiero, qui più stretto, si porta a sinistra e si abbassa sul versante con larghe svolte fino all’abitato di Poggio Rocchetta (660 m, 0.20 ore). Dopo un liscio balcone di arenaria (attenzione in caso di roccia bagnata!) si supera il fontanile del paese e giunti alle ultime case si lascia a sinistra il bivio per Rocchetta (sentiero n. 431). Ripresa la strada bianca, per questa, si continua fino a Tallacano (circa 2 km, 0.45 ore).

Si percorre la strada asfaltata che inizia dal paese per circa 700 m e, in corrispondenza del cimitero, si devia a destra su una comoda pista in terra (616 m, 0.10 ore). Questa si tiene prevalentemente in piano. Con alcuni saliscendi si traversa il versante solcato da fossi, contraddistinto da lisci salti rocciosi e castagneti con imponenti esemplari secolari. Sempre nel bosco si incrocia di nuovo una pista molto marcata (750 m circa, 0.30 ore, itinerario n. 416), la si segue in discesa (ad una curva è possibile abbreviare imboccando il sentiero che scende diretto verso destra) rasentando una bella piana ancora a tratti coltivata e raggiungendo le case di Cocoscia. Saliti al paese (696 m, 0.20 ore fontanile), si prosegue per il sentiero che inizia proprio sotto la casa davanti la fonte. In breve si raggiunge un bivio (itinerario n. 417) nei pressi di una opera di presa (700 m circa) in corrispondenza della quale si prende a sinistra il sentiero che oltrepassata la cresta, scende con svolte, costeggia salti rocciosi e torna in piano volgendo definitivamente a destra. Si raggiungono in breve i ruderi di Vallesaggia e il bivio con l’itinerario n. 414 (600 m, 0.15 ore). Si continua per il ramo di destra, sul sentiero che, superato il borgo, continua con lievi saliscendi a traversare il tormentato versante della valle superando fossi e marcate creste panoramiche fino ad arrivare sopra l’abitato di San Vito che si raggiunge facilmente per una pista sconnessa (496 m, 0.40 ore).

Agore d’inverno

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Il ponte sul torrente Fluvione

San Vito

Anche per la villa di San Vito, le notizie storiche emergono dai dati riguardanti la chiesa.

L’edificio sacro, edificato ai primi del Quattrocento e dotato di mezzi sufficienti per potersi permettere un chierico prebendato, fa presumere che il paese esistesse già da tempo.

Nel 1500 lavorano a San Vito i mastri lombardi Antonio, Jacobo e Joannitto Laurentij ai quali viene commissionato il rifacimento della chiesa con la clausola di riporre in situ il portale originale. L’architrave in arenaria reca infatti la figura stilizzata e ieratica di San Biagio Benedicente in mezzo a due figure leonine poste di profilo.

Alle grosse mai aperte e alzate viene data valenza taumaturgica o anche quella di imposizione dell’autorità e della protezione, che si richiamano ai valori romani della Potestas Pater-familias.

Alcune case vengono in questo secolo costruite da maestri di talento nella lavorazione della pietra locale e dagli atti risulta che, sebbene il paese ospitasse poche famiglie, queste erano tutte economicamente potenti.

Tra il ‘600 e il ‘700 le famiglie più colte e benestanti saranno quelle degli Orsini e dei Camaiani.

Il boulder

Svariati anni fa, su un masso vicino al paese, qualcuno armato di martello e scalpello ha scolpito la scritta “Tonino 78”. Chi l’ha fatto non poteva immaginare che su quel masso sarebbe stato tracciato il passaggio di roccia più duro del mondo, ed il suo nome sarebbe stato proprio quello da lui scolpito. Proprio così: se volevate vedere gli arrampicatori più bravi del mondo dovevate venire qui, in questo minuscolo borgo dell’Appennino.

Praticamente sconosciuta ai più fino a qualche anno fa, Meschia ha avuto un’improvvisa notorietà internazionale dovuta ai suoi massi. Il bouldering, l’arte di “scalare” massi, è uno sport nuovo, praticato da molti giovani in tutto il mondo. Di massi buoni per scalare Meschia ne ha molti, e ha pure un territorio intorno che a molti è sembrato “da favola”. Grandi castagni con in basso tappeti di muschio e, a fare da sfondo, la triangolare e severa sagoma del Vettore. L’ascolano Mauro Calibani è stato campione del mondo di questa disciplina; è lui che ha “scoperto” questo luogo e lo ha rivelato sulle riviste del settore (sua la prima salita di “Tonino 78”).

Di colpo, una variopinta moltitudine di giovani proveniente da tutta Europa ha invaso questo posto. Il fenomeno, che avrebbe potuto rappresentare un’unica ed originale occasione di sviluppo, ha trovato impreparati tutti, a cominciare dai proprietari locali, che altro non hanno potuto fare che chiudere l’accesso a causa della sporcizia.

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I ruderi di Valle Saggia

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In alto: Mauro Calibani su “Tonino 78”

In basso: boulder ovvero arrampicare sui massi

Itinerario 1

Località di partenza: Piandelloro: 804 m

Località di arrivo: Favalanciata: 518 m

Dislivello compl. in salita: 1270 m

Dislivello compl. in discesa: 1330 m

Orario complessivo: 6/8 ore

Difficoltà: EE

Segnaletica: itinerario n. 401

Alla ricerca dell’Appennino Perduto

Da Piandelloro a Favalanciata

Per Rocchetta, Agore, le Pagliare, Peracchia e Capodirigo

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Accesso

Dalla SS 78 “Picena”, tra il Km 76 e il Km 77 si lascia la statale e si prende per Casebianche. Si continua per questa tortuosa strada e, superati diversi paesi, si giunge ad un valico, in prossimità di Scalelle (circa 9 Km). Al valico (quadrivio) si prende per Piandelloro dove si arriva dopo circa 4 km.

Commento

Questo itinerario permette la visita a numerosi borghi della valle, una volta ferventi di vita, ora pressoché abbandonati. È possibile tra queste antiche mura rintracciare i segni di quella vita: pietre modellate dall’uso, antichi arnesi, iscrizioni (abbiate il massimo rispetto per esse). Attenzione! Entrare nelle abitazioni è rischioso: molti solai sono pericolanti.

La “grande fuga” verso Roma e l’America risale agli anni ’50 quando la maggior parte degli uomini e delle donne presero i poveri bagagli ed emigrarono. Adesso, ormai anziani, alcuni di essi stanno tornando e infatti molte case sono state ristrutturate, anche se nulla potrà più essere come prima. Il destino di questi piccoli borghi sembra irreversibilimente segnato, poco si addicono al modello di vita odierno e così abbiamo paesi che si “ripopolano” in estate mentre in inverno sono completamente disabitati.

Una nota a parte merita Rocchetta, il “paese verticale” che, completamente abbandonato da decenni, e ormai diruto, mantiene però un fascino particolare anche per la sua caratteristica distribuzione a terrazze. Ricordatevi che addentrarsi nel borgo può essere pericoloso poiché alcuni muri sono fatiscenti e possono venire giù facilmente. Nel momento in cui scriviamo, il destino di questa frazione, pressoché unica nel suo serrato dialogo con la roccia su cui è scavata, sembra aver destato l’interesse di imprenditori privati, che la stanno acquisendo interamente.

Ci auguriamo che tutto non si risolva con recinzioni e divieti d’accesso, e che, almeno in parte, questo patrimonio culturale rimanga visitabile.

Dal punto di vista escursionistico l’itinerario, se fatto in modo completo, è abbastanza lungo sia come sviluppo sia come dislivello e quindi richiede un buon allenamento.

Relazione

Da Piandelloro (804 m) si traversa il paese lungo la via centrale, si passa davanti al fontanile proseguendo poi su sterrata. Per questa si traversa il versante della valle pressoché in piano (ad un primo bivio prendere a sinistra). Quando la pista scende decisamente la si lascia per prendere a destra il sentiero che, in breve, su suggestive cenge in arenaria, raggiunge una panoramica sella (825 m). Si continua prevalentemente in piano, si aggira il crinale, si oltrepassa il rudere di un riparo in pietra e si continua a traversare il versante solcato da fossi. Quando a destra la cresta forma una sella, si lascia il sentierino che prosegue in piano per seguire quello più evidente che vi risale raggiungendola in breve. A destra, è visibile uno dei luoghi dove veniva cavata la pietra. Ora si segue il sentiero a destra della cresta, che rasenta un vecchio casaletto, attraversa una macchia e raggiunge ampie prature a monte del paese di Rocchetta, le cui case più elevate sono già visibili dall’alto. Conviene abbassarsi a destra costeggiando la frazione abbandonata fino a raggiungere la strada sottostante nei pressi di una vecchia vasca scavata nell’arenaria (811 m, 0.40 ore). Si prosegue a destra sulla strada bianca, si supera la chiesa di S. Silvestro (782 m) e si continua fino ad Agore (851 m, 0.45 ore, fontanile). Dal paese, si prende a destra la strada sterrata che, dopo una casa a monte del fontanile, entra nella valle. Ad un bivio si prosegue in piano (sinistra) e quindi si oltrepassa il Fosso dell’Agore (835 m circa). Poco oltre la sterrata termina e si prosegue per sentiero. Si continua senza grandi dislivelli a traversare, si supera una cresta e quindi si incrocia di nuovo una nuova sterrata nei pressi del Fosso Petrienno (830 m circa). Prendere a sinistra, in discesa, e proseguire per circa 50 metri di dislivello fino ad un bivio con un sentiero a destra (770 m circa, 0.50 ore). Lasciare la pista che continua a scendere (itinerario n. 435 per la Grotta del Petrienno) e proseguire per la mulattiera che, in leggera salita, supera prima una cresta (punto panoramico) e quindi in leggera discesa giunge fino alla località “le Pagliare” (ruderi, 800 m circa). Sempre per sentiero, rapidamente, si scende al Fosso delle Pile (770 m circa). Traversato il fosso, in piano, si giunge al bivio con il sentiero n. 430 che scende a Poggio Rocchetta (770 m, 0.25 ore). Prendere a destra, in salita, tra boschi di castagno. Il sentiero ora sale rettilineo, supera alcuni bivi secondari fino ad un grosso masso triangolare nei pressi di un fosso, dove piega nettamente a destra (1000 m circa). Risalita la breve scarpata del fosso il sentiero si fa meno netto; si piega a sinistra e si continua nel bosco sempre abbastanza dritti fino ad un’altra deviazione verso destra (1100 m circa). Anche qui occorre traversare pochi metri, quindi si continua sul fondo valle fino a giungere, con una breve traversata a destra, sulla aerea sella con vista sul versante di Peracchia (1168 m, 1 ora, incrocio con il sentiero 419).

Si lascia a sinistra il sentiero che conduce al Monte Savucco (419) e, verso destra, si prende il netto sentiero che scende, tra radi alberi di quercia, lasciando a destra le bancate di arenaria, fino ad incrociare una sterrata che si segue verso destra. Questa porta, dopo aver traversato un ponticello su un fosso, alla frazione di Peracchia (890 m, 0.30 ore). Il tratto da Peracchia a Capo di Rigo (925 m) si percorre interamente su strada ( 0.40 ore). A Capo di Rigo conviene superare il paese e, prima del valico, scendere a sinistra per la strada di servizio dell’acquedotto. Prima della galleria si prende a destra per una sterrata che si lascia quando piega bruscamente a sinistra, all’altezza di una grossa quercia, per imboccare un sentiero verso destra. Il sentiero, molto evidente, si tiene prima sulla destra del fosso poi sulla sua sinistra per arrivare, dopo avere attraversato appezzamenti di terreno coltivato, fino ad una pista (canale della centrale idroelettrica) che porta a Favalanciata (518 m, 1 ora). E’ molto suggestivo traversare il paese percorrendo le sue antiche e caratteristiche viuzze prima di raggiungere la via Salaria.

 

Traversata

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Le caratteristiche “balconate” di Rocchetta

Favalanciata

Il paese fu feudo dei Cavalieri di Malta che con la loro opprimente imposizione di tasse provocarono nel 1589 una reazione di protesta: quindici uomini ivi residenti insieme ad altri cinque di Quintodecimo fecero istanza al Papa di essere liberati dalle tasse e dalle imposizioni insopportabili che erano costretti a tollerare, tanto che alcuni dei maggiori possidenti cominciarono ad acquistare terreni presso Capodirigo.

La chiesa di San Sebastiano risale alla prima metà del Cinquecento e per qualche tempo ebbe, grazie ai lasciti dei fedeli, una buona dotazione tanto da consentirvi la celebrazione della Messa una volta la settimana.

Nel 1885, Don Tommaso Mattei, assieme alla confraternita di Favalanciata, ricostruì questa chiesa ex novo dotandola di arredi e di oggetti per la liturgia.

Figure in odore di eresia

La chiesa di Capodirigo, dedicata a S. Caterina, venne edificata nel 1412 come attesta l’atto rogato dal notaio romano Antonio Butij Godoni.

Dai documenti scopriamo che due maestri furono gli artefici della costruzione: Antonio Zannis, lombardo, che costruì “unam voltam lapideam ad crocevia cum uno archo de lapidibus cuncis et scarapello”, e Jacobo Johannis che realizzò “pilos seu sepolturas tres cum voltis lapidum”.

La chiesa è caratterizzata da un interessante portale scolpito in arenaria, che nella chiave di volta raffigura un vecchio barbuto con la frangetta appena accennata, caratterizzato da grandi orecchie ed un’espressione ieratica, ai lati del quale vengono rappresentate rispettivamente una figura alata con un copricapo conico e un uccello alato raffigurante un’arpia.

Nei due conci sottostanti, a completare l’arco a sesto acuto di stampo romanico gotico, la complessa figurazione presenta a sinistra un francescano dalla folta e lunga capigliatura con una corona in testa, inginocchiato, nell’atto di offrire dei doni con l’invocazione “O mortem accipe aurum et argentum dona mihi vitam”, mentre a destra si contrappone una figura adamitica nell’atto di scoccare un freccia, con ai piedi un mostruoso animale, accompagnata dalla scritta: “Ego non accipio nec aurum nec argentum sed vitam iustam”.

L’interpretazione d’insieme data alla figurazione fa riferimento al fatto che, probabilmente, in questo periodo nella zona dell’Appennino centrale si rifugiarono alcune comunità di catari, i quali vennero perseguitati, ma rimasero fedeli alle loro convinzioni, avendo forse appoggio da qualche signorotto locale.

Si colgono infatti nei testi e nelle figure i valori condivisi dai movimenti pauperisti e dai seguaci di San Francesco, come il concetto di Povertà, reso nell’atto di donazione di beni materiali, e nel concetto di Umiltà che si concretizza nella figura alata di sinistra (forse lo stesso principe vescovo rappresentato di fronte?) che si eleva superando l’orgoglio e la protervia della gerarchia ecclesiastica simboleggiata dalla mitra calcata in testa alla figura e aborrita dai valdesi sotto ogni forma. La Castità viene invece rappresentata dalla vittoria sulla lussuria rappresentata dall’arpia.

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Aspetto invernale ed estivo di Rocchetta

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Il portale della chiesa di S. Caterina a Capo di Rigo

 

Indice

Indice

 Presentazioni     
Introduzione     
L’area del Monte Ceresa     
I comuni     
Informazioni utili     
L’area del Monte Ceresa e la Conservazione della Biodiversità     
Aspetti faunistici      
Aspetti geologici e geomorfologici     
A passeggio con il naturalista     
Gli itinerari di questo libro     


Itinerari escursionistici
 1 - Da Piandelloro a Favalanciata per Rocchetta, Agore, Peracchia
 2 - Da Uscerno a S. Vito di Acquasanta per Meschia, Agore, Cocoscia
 3 - Da Pastina al Passo del Galluccio per M. Ceresa
 4 - Da Piedilama a Prato Comune - Discesa per Pretare     
 5 - Da Pretare a Colle del Galluccio - Discesa per Valle Stretta    
 6 - Poggio Rocchetta - Grotta del Petrienno - Le Pagliare     
 7 - Da Novele a Peracchia - Variante per Sasso Miglio    
 8 - Da S. Maria a Pizzo dell’Arco per Vallesaggia - Discesa per Cocoscia     
 9 - Da Collefalciano a Tallacano     
10 - Da Vallefusella a Piandelloro per Case Casale    
11 - Da Tallacano a Sasso Spaccato per San Pietro    
12 -  Da Poggio Rocchetta ad Agore - Discesa per le Pagliare     
13 - Da Tallacano al Monte Savucco - Discesa per il fosso delle Pile     
14 - Poggio Rochetta - Agore - Rocchetta    
15 - Piandelloro - Agore - Rocchetta - Piandelloro     
16 - Da Meschia al M. Pianamonte - Discesa per Abetito     
17 - Da Tallacano a Pizzo dell’Arco per Cocoscia - Discesa per San Pietro     


Itinerari mountain bike
1 - Marsia, Arena, Osoli, S. Maria Maddalena, Monestino, Vallicella, Marsia     
2 - Ponte Paoletti, Bovecchia, Gaico, Meschia, Abetito, Uscerno, P. Paoletti     
3 - Ponte D’Arli, Sala, S. Maria Scalelle, Lisciano, Radicina, Salaria, P. D’Arli     
4 - Centrale, Falciano, Rocchetta, Agore, Poggio, Tallacano, Centrale    
5 - Bivio Giustimana, Vitavello, Pedara, Salaria     
6 - Marsia, Bovecchia, Pescolla, Pastina, Scalelle, Roccareonile, Marsia
7 - Rigo, Galluccio, Prato Comune, Piedilama, Pretare, Rigo     

Bibliografia     
Indice dei luoghi