Itinerario MTB 2

Distanza: 24.4 km - percorso 2 - 17.0 km - percorso 2a

Altitudine: 390 - 810 m

Dislivello in salita: 490 m

Dislivello in discesa: 490 m

Tempo totale necessario: 2.30/3 ore percorso 2 – 1.45/2,15 ore percorso 2a

Difficoltà: percorso medio - facile, sempre pedalabile, dove occorre avere una buona preparazione di fondo per superare, senza difficoltà, la salita “a freddo” da Ponte Paoletti sino a Monte di Gaico, con pendenza pressoché costante ma mai troppo accentuata

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Percorso 2a

Ponte Paoletti - Bovecchia - Pescolla -

Gaico - Meschia - Abetito - Uscerno -

Ponte Paoletti

Accesso

Da Ascoli Piceno 19,1 km; 1,30 ore circa in andata e 1 ora al ritorno (in bici). Da Roccafluvione - Marsia Capoluogo 5,4 km; 30 minuti circa per l’andata, 20 minuti circa per il ritorno (in bici).

Tipo di strada

Su strada brecciata sino a Gaico. Su strada asfaltata sino a Meschia. Il percorso Meschia – Abetito è su tratturo, molto fangoso nel periodo invernale e dopo abbondanti precipitazioni. Da Abetito si riprende la strada asfaltata sino al punto di partenza. Quando il tratturo per Abetito non è praticabile, si consiglia di scendere per la ripida strada a tratti asfaltata che da Meschia scende verso Uscerno e da qui al Ponte Paoletti.

Descrizione

Entusiasmante tracciato rivolto a ciclo-escursionisti di media capacità e preparazione, senza difficoltà tecniche, adatto a essere percorso soprattutto nei periodi più caldi dell’anno perché si snoda sempre, per le parti in salita, lungo rinfrescanti boschi e perché è più probabile trovare il tratturo di collegamento tra Meschia e Abetito, senza fango.

Si parte dalla località Ponte Paoletti lungo la strada provinciale che da Roccafluvione porta a Montegallo. Si attraversa sul ponte il Fluvione e si percorre la strada brecciata in salita per circa 2,7 km, attraversando una bellissima pineta di alto fusto sino alla frazione di Bovecchia. Si prosegue per altri 900 m sino alla località Pescolla dove si apre una piacevole visuale sui Sibillini che rinfranca le fatiche della prima salita. Nelle vicinanze dei casolari c’è un fontanile dove è possibile rifornirsi d’acqua prima di proseguire per Gaico.

Al quadrivio di Pescolla, si gira a destra per un brevissimo tratto di ripida strada asfaltata di circa 200 m e si gira nuovamente a destra per imboccare la strada brecciata che percorre il crinale in direzione del Monte di Gaico.

Il percorso, sempre piacevole perché a tratti su cresta panoramica e a tratti nel bosco misto di alto fusto, porta a un manufatto dell’acquedotto, comunemente chiamato “Ripartitore” . Superata la costruzione, dopo circa 200 m si incontra la strada che proviene da Agelli – Pastina e si prosegue diritti, superando il Monte Gaico, punto di maggiore altezza dell’escursione, per scendere per strada a tratti asfaltata sino alla frazione di Gaico e da qui al bivio per Meschia. Al bivio si prosegue diritti lungo la strada nuovamente asfaltata che in circa 3 km conduce a Meschia.

Da Meschia si possono scegliere due alternative:

2) nella bella stagione, prima del paese, nelle vicinanze del primo casolare che si incontra, si volta a sinistra per strada brecciata e al successivo bivio si prosegue diritti per il tratturo in leggera salita in direzione Abetito segnalato con il n°446. Il percorso attraversa boschi di castagno con numerosi bivi che conducono alle aree di raccolta e di manutenzione dei castagneti. Pertanto occorre seguire con attenzione la segnaletica dei sentieri sino alla frazione di Abetito. Il tratturo ha un fondo terroso, poco permeabile e scanalato per il passaggio dei trattori soprattutto nel periodo autunnale, che lo rendono difficilmente percorribile dopo abbondanti precipitazioni. Il percorso diventa invece piacevole nel periodo primaverile ed estivo perché si è costantemente riparati dal soleggiamento diretto. Giunti ad Abetito in circa 45 minuti, si prende la strada asfaltata che scende a Uscerno e da qui al punto di partenza.

2a) dopo il periodo invernale, per evitare il fangoso percorso Meschia – Abetito, si può abbreviare il percorso di ritorno, scendendo per la ripida strada asfaltata verso Uscerno. La strada attraversa un bellissimo castagneto con i massi erratici di arenaria utilizzati come palestra di roccia dai boulderisti provenienti da tutta l’Europa. Prima di arrivare alla strada provinciale si attraversa un ponte sul torrente Fluvione che corre al di sotto fra strettissime gole (vale la pena di affacciarsi sul parapetto del ponte per ammirare la profonda e impervia forra sottostante). Giunti alla provinciale si svolta a destra e in circa 3 km si giunge al punto di partenza.

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Un’occasione mancata

“Essendo Meschia una località turisticamente meravigliosa, ma solo fornita di poca luce elettrica, necessitava soprattutto di una strada carrozzabile. Per ottenere questo mi detti subito da fare sfruttando il causale rinvenimento attraverso scavi di bonifica agricola di tracce di lignite (carbone minerale). Segnalai allora il fatto alla Direzione Nazionale del Corpo Reale delle Miniere e Ricerche di Bologna, che mandò, nel marzo del 1940, il suo direttore capo Ing. Leone, il quale, recatosi sul posto, dette subito un giudizio favorevole sulla qualità e la possibile quantità del materiale minerario. L’Ingegnere si appropriò con gesto furtivo di un pezzo di lignite durissima e lucidissima, quasi diamante, detta “giaiello”; ci consigliò sul come e dove far gallerie di sondaggio e per lo sfruttamento della miniera, dietro consiglio dell’Ingegnere stesso, mandammo campioni, sia a Fermo che a Milano, di detta lignite per le opportune analisi. Ne avemmo risposta che trattavasi di lignite di ottima qualità, priva di sostanze eterogenee e ricca di forti calorie, e che per la durezza e lucentezza sarebbe potuta servire anche come materiale da costruzione artistica di oggetti lussuosi e ricercati. Servendomi di tale risposta, segnalai ai diversi ministeri che pensavo poter essere competenti, tale scoperta, augurandomi con ciò, che provvedessero a fare una strada, o meglio, come si diceva, il prolungamento della ferrovia di Ascoli. Risposte e proposte lusinghiere in merito furono con dispiacere mio e di tutti rimandate purtroppo al di là da venire, causa l’entrata in guerra dell’Italia nel maggio del 1940” (dai ricordi manoscritti del Parroco Dante Marziali).

(da AA. VV. - 2004)

Nel 2001 il Comune di Roccafluvione ha perso un’altra occasione, quella di conservare l’originale bellezza del più bel sito italiano per il boulder. Infatti la strada asfaltata che raggiunge Meschia direttamente dal fondovalle ha tolto al bosco la sua particolarissima atmosfera.

Bovecchia salendo dal Ponte Paoletti

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Verso S. Giovanni d’Osoli venendo da Pescolla

Itinerario MTB 1

Distanza: 14.5 Km – percorso 1 - 14.1 km – percorso 1a

Altitudine: 270 – 622 m

Dislivello in salita: 352 m

Dislivello in discesa: 352 m

Tempo totale necessario: 2 ore

Difficoltà: difficile il tratto su sentiero da Monestino a Vallicella. Se si segue da Monestino la strada asfaltata (variante a), il percorso è nel complesso facile

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Marsia (bivio Casacagnano) - ponte

Nativo - mulino Arena - Osoli - Monestino -

Vallicella - Marsia (bivio Casacagnano)

Accesso

Da Ascoli Piceno 13,7 km circa; 1 ora per l’andata e 30/40 minuti per il ritorno (in bici)

Tipo di strada

Su strada asfaltata sino ad Arena, poi su strada brecciata sino a Monestino. Su sentiero difficile e ripido sino a Vallicella, infine nuovamente su strada asfaltata per tornare al punto di partenza.

Da Monestino è possibile scendere in alternativa lungo la stretta strada asfaltata che scende a Vallicella.

Descrizione

Breve escursione di circa 2 ore che permette di assaporare oltre la classica escursione in mountain-bike anche alcune emergenze ambientali di notevole fascino, sicuramente inaspettate e ignote anche a molti escursionisti dell’ascolano.

Si parte dalla S.S. 78 Picena in prossimità del bivio per Casacagnano nell’abitato di Marsia e, dopo aver attraversato il Fluvione in direzione di Casagnano, si volta a sinistra e si raggiunge dopo qualche centinaio di metri il caratteristico Ponte Nativo, affascinante ponte naturale di roccia a picco sul Fluvione che corre 15 m al di sotto fra due verticali pareti di arenaria.

Attraversato il ponte, si torna sulla strada principale di Marsia e svoltando a destra, si prosegue su strada asfaltata sulla S.S. 78 Picena fino al bivio per Montegallo. Si prende a sinistra per Montegallo e si va avanti sino alla località Arena (circa 4,8 km dal punto di partenza).

Ad Arena si volta a sinistra e attraversando il ponte si può ammirare la bella cascata (circa 10 m) del torrente Fluvione, imponente nel periodo primaverile. Sulla destra del ponte si può visitare il mulino idraulico Pignoloni del 1629.

Oltrepassato il ponte dopo circa 50 m si prosegue a destra percorrendo la strada brecciata in salita sino a Osoli (circa km 3.3 da Arena). In corrispondenza delle ultime case del paese, si gira a sinistra per prendere lo sterrato in direzione di Monestino-Vallicella.

Il tratturo si snoda lungo la cresta in brevi saliscendi che in circa 2.2 km conducono alla località Monestino da dove la vista spazia dai Sibillini ai Monti Gemelli.

La strada, dopo un brevissimo strappo in salita, diviene asfaltata e scende verso Vallicella con due possibili alternative:

1) Proseguendo sulla stretta strada asfaltata si scende in circa 1.5 km alla frazione Vallicella.

1a) Dopo circa 500 m da Monestino si prende un tratturo a sinistra che diviene sentiero ripido e molto tecnico, per bikers esperti, da evitare con terreno bagnato per la presenza di scivolose lastre di arenaria ma, che in pochi minuti di entusiasmante discesa porta a Vallicella.

Dalla frazione Vallicella si scende per strada a tratti brecciata e dopo circa 700 m si gira a sinistra per la strada asfaltata sino a Marsia, raggiungendo il punto di partenza.

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Percorso 1a

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Ponte Nativo - Roccafluvione

Arena

In località Ponte Paoletti vi è l’omonimo ponte recentemente restaurato che conduce all’abitato di Arena. Qui si trovano il mulino Pignoloni e il ponte, entrambi risalenti alla prima metà del XVII secolo, una cascata, e l’abitato costituito da un gruppo di case arroccate sul fiume.

Alla base della cascata, sulla destra è ancora possibile vedere il vecchio asse su cui venivano fissate le pale del mulino.

Il ponte di roccia

Nel gergo comune dei cittadini di Roccafluvione si vuole indicare con il toponimo “Ponte Nativo”, la porta del capoluogo Marsia. Il toponimo deriva dal raro esempio di ponte naturale sullo splendido scenario che il torrente Fluvione offre scorrendo 15 metri circa più in basso. Si presume che la formazione di tale ponte sia dovuta all’instancabile azione erosiva del torrente sulla roccia tufacea. Sin dal passato questo ponte rappresentò un importante elemento di unione tra le due sponde del Fluvione; da un lato la villa Castello di Mozzano e dall’altro la comunità di Marsia. È suggestivo pensare all’importanza che tale struttura naturale ha avuto nel corso della storia e tuttora ha al fine di superare il dislivello che il torrente ha scavato. Ponte Nativo permetteva il collegamento con l’antico insediamento di Tronzano, quindi con la città di Ascoli senza dover incrociare la Salaria, evitando così incontri ravvicinati con i Romani, soprattutto nei periodi politicamente più instabili. Forse le origini dei primi insediamenti nella valle del Fluvione sono proprio da ricercare nella presenza di questa notevole opera della natura.

Sopra il ponte nel XVII sec. è stata eretta una piccola chiesa in onore della Madonna delle Grazie, solo successivamente dedicata a S. Antonio, tuttora luogo molto frequentato dai fedeli del posto. L’edificio è stato più volte sottoposto a rimaneggiamenti e resta caratteristico per il luogo in cui sorge e per gli ex-voto che vi si conservano.

Al suo interno viene conservata un’interessante tela settecentesca, raffigurante la Madonna con i Santi Antonio, Stefano e Giuseppe. Nel 1867, alla nascita del nuovo comune di Roccafluvione, il ponte venne scelto come emblema della comunità. Sicuramente esso ha rappresentato e rappresenta un simbolo per l’intera comunità e una sorta di monumento della natura.

(da AA. VV. - 2004)

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In alto: il mulino idraulico Pignoloni in località Arena con la cascata

In basso: sulla strada per Osoli

Itinerario 17

Località di partenza: Tallacano 660 m

Località di arrivo: Pizzo dell’Arco 1011 m

Dislivello complessivo: circa 450 m

Orario complessivo: 3.30/4.30 ore

Difficoltà: E

Segnaletica: itinerari n. 402, 416, 419

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Il sentiero dei castagni

Da Tallacano a Pizzo dell’Arco per Cocoscia

Discesa: per il M. Vicito e San Pietro

Accesso

Prendere la vecchia Salaria (uscire ad Acquasanta se si proviene da ovest oppure dopo Mozzano se si proviene da est) e giunti nei pressi di Centrale, prendere per Tallacano. Seguire questa strada fino al paese. Parcheggiare nello slargo all’inizio del borgo.

Commento

Un anello molto vario, impreziosito dai bellissimi castagneti nella prima parte, dagli affacci panoramici ed aerei dalla cresta del Pizzo dell’Arco e del Savucco nella seconda. Si scende, per un crinale, direttamente sul Piano di S. Pietro e quindi a Tallacano, chiudendo così l’anello.

Relazione

Dal paese (660 m) si percorre all’indietro la strada asfaltata per circa 700 m e, in corrispondenza del cimitero, si imbocca la larga mulattiera che parte a destra (616 m, 0.10 ore, itinerario n. 402) e si tiene prevalentemente in piano; si prende a sinistra al primo bivio e a destra al secondo, in corrispondenza di un castagneto.

In leggera salita, la pista rasenta un bottino di presa in mattoni poi, dopo un lungo tratto nel bosco, incrocia una seconda pista (750 m circa, 0.30 ore, itinerario n. 416).

La si segue in discesa fino ad incrociare un netto sentiero che verso destra permette di abbreviare il percorso. Per questo si scende rapidamente tra boschi fino a riprendere di nuovo la pista, adesso più pianeggiante, che, rasentando una bella piana ancora a tratti coltivata, raggiunge infine Cocoscia. Per una stradina dopo la prima casa si sale alla chiesetta di fronte al fontanile (696 m, 0.20 ore).

Scendere qualche metro fiancheggiando la casa davanti alla fonte e prendere il largo sentiero che, verso sinistra, traversa la piana. Dopo breve salita si raggiunge un bivio (itinerario n. 417) nei pressi di un’opera di presa (700 m circa, fontanella) in corrispondenza del quale si svolta a destra e ci si addentra nel bosco. Si continua in piano e, dopo lieve discesa, si lascia questa pista per risalire sempre a sinistra su largo sentiero che risale diagonalmente il bosco. Molto evidente, anche se a volte esile, il sentiero inizia ad aggirare un rilievo della cresta (Capo Castello) facendosi più sottile e superando trattini di arenaria affiorante in zone ripide.

Si giunge infine ad un’ampia radura dove, nel bosco, si alzano esemplari giganteschi di castagno. Ci si dirige verso la cresta seguendo una larga traccia che poi si porta sulla destra a risalire il ripido pendio.

Quando la pista torna in piano la si lascia per salire a sinistra verso la cresta sulla quale si individua un sentiero che la risale tra i lecci che ostruiscono il lato sinistro. Aggirato a destra l’ultimo saltino, si torna a sinistra tra i lecci sbucando infine sulla cresta, pochi metri a destra di Pizzo dell’Arco; dal Pizzo, che può essere raggiunto facilmente, si gode un eccellente panorama sulla Valle del Tronto e sull’antistante catena della Laga (1011 m, 0.55 ore).

Si ripercorre il breve tratto finale, poi si continua sulla cresta del Pizzo tra arbusti di leccio e ginepro; da questo punto si mantiene il filo di cresta che, in corrispondenza di banchi di arenaria, offre vertiginosi affacci sul sottostante Fosso di Novele. Si raggiunge, infine, sempre sulla cresta ora ampia e boscosa, la pista che sale dal basso (1000 m circa, 0.30 ore, bivio con itinerario n. 416). Seguire la sterrata a sinistra. Questa, in lieve salita, traversa verso destra e, dopo un netto tornante, torna pianeggiante lasciandosi a destra il M. Vicito. Poco oltre, dove il bosco si fa più rado, incrocia il sentiero n. 419 (1069 m, 0.15 ore). Prendere a destra ed in breve ci si abbassa sul filo della cresta che, decisa, permette di scendere rapidamente al sottostante piano dove si incrocia una pista (801 m, 0.25 ore, incrocio con l’itinerario n. 420 per Tassinara - Sasso Spaccato, v. it. 11). La si segue verso destra e, superato il pianoro, si giunge rapidamente alla chiesetta di San Pietro (764 m, fonte, 0.10 ore). Si lascia la pista e si prende il netto sentiero che inizia a destra della fonte davanti alla chiesa. Per questo, con alcuni zig-zag, si scende rapidamente il versante fino ad incrociare la strada bianca che collega Poggio Rocchetta a Tallacano.

A destra, in circa 100 m si raggiunge il punto di partenza (0.15 ore).

Anello

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In primo piano il borgo di Cocoscia, sullo sfondo la Montagna dei Fiori

Il castagno, questo sconosciuto

Il castagno cresce in zone collinari fino agli 800/1000 m di quota. In Occidente giunse dall’Asia minore attraverso l’antica Grecia verso il V secolo a.c. Nel I sec. a.c. viene descritto da Virgilio nelle Bucoliche e dal poeta latino Ovidio che invita gli amanti a fare dono alle loro amate delle castagne, vendute nei mercati della Via Sacra a Roma. I medici greci Ippocrate e Dioscoride attribuiscono alla castagna proprietà atte a combattere i dolori addominali e gastrici.

Nell’alto Medioevo il castagno è presente un po’ ovunque come testimoniato dal Vescovo Ottone Freising (della Baviera) che, visitando l’Italia nel 1154, definisce il paese “…talmente fertile che si possono trovare dei boschi di alberi da frutto principalmente castagni, fichi e ulivi” (Gesta Federici Seu Rectius Cronica, Pitte 1986). La castanicoltura da frutto ebbe un grande impulso anche per volere della contessa Matilde di Canossa, come riportato in numerosi documenti.

Nell’economia della montagna ha avuto un ruolo fondamentale fino a pochi decenni fa, tanto che il castagno era chiamato “albero del pane” e la castagna “pane dei poveri”; osservando la sua composizione analitica si nota infatti che è un frutto molto ricco di amidi, ma di scarso contenuto di zuccheri. Il suo valore calorico è di 230 calorie per 100 gr. di caldarroste, di 350 calorie per 100 gr. circa di castagne secche. Cento grammi di castagne fresche contengono: 50 gr. di acqua, 4 gr. di proteine, 2,5 gr. di grassi. Contengono inoltre: potassio, ferro, zinco, rame, manganese, fosforo, magnesio, zolfo, calcio, vitamina B, vitamina C. Hanno proprietà energetiche, remineralizzanti, toniche, antianemiche, antisettiche.

(da “Roccafluvione. La magia della natura il gusto della storia”, a cura del Comune di Roccafluvione)

Allo stato attuale sono due le forme colturali che interessano questa pianta: il castagneto da frutto (silva castanile) ed il ceduo di castagno (palina di castagno): il primo, di elevata rilevanza paesaggistica, impone periodiche cure atte all’eliminazione del naturale rinnovamento primaverile e postestivo della vegetazione del sottobosco facilitando così la raccolta autunnale dell’edule frutto; il secondo, originato spesso dalla conversione dei castagneti da frutto e facilitato dal rapido accrescimento individuale, è caratterizzato da turni di taglio di 16-18 anni.

Il legno, ricchissimo in tannini e quindi particolarmente resistente all’effetto marcescente dell’acqua, si presta ad essere usato per la realizzazione di pali del telefono, travi di sostegno e pali di ancoraggio delle imbarcazioni (praticamente tutto il materiale legnoso usato nei canali veneziani è in castagno).

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In questa pagina: la chiesa di San Pietro con l’affresco prima e dopo il restauro

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Castagna o marrone?

Castagna o Marrone?

Il nome di marrone è attribuito ad un insieme di cultivar (varietà ottenute attraverso incroci mirati, un po’ come accade anche per i cani) caratterizzate da spiccate attitudini alla produzione di pregio e dalla presenza di 2-3 grossi frutti per riccio.

Generalmente, il marrone quale frutto si distingue dalla normale castagna per le sue maggiori dimensioni e per le evidenti striature sulla pancia e quale pianta per i fiori maschili che risultano sterili; è per questo motivo che la realizzazione ed il mantenimento di una selva castanile da frutto, implicano l’innesto di porzioni di piante da marroni sui tronchi di castagno (portainnesti, piedi).

Ciò significa che il castagno da marroni è di per sé sterile e all’impollinazione delle infiorescenze femminili provvedono gli alberi di castagno non innestati presenti allo stato selvatico, soprattutto grazie all’azione del vento (impollinazione anemocora).

Tagliando il marrone in senso orizzontale in due porzioni, si può osservare che la buccia interna non si addentra nella polpa del frutto come accade nella castagna; ciò lo rende particolarmente adatto ad essere cotto arrosto (“caldarroste”) risultando facile da sbucciare, al contrario della castagna che invece si presta meglio ad essere lessata (“caciole”).

L’insieme dei marroni, comunque, non è l’unica categoria di castagne domestiche adatte al consumo intero e alla canditura: la “Montemarano” (o castagna di Avellino) è molto grossa e molto simile ai marroni, analogamente ad alcune varietà piemontesi come la “Castagna della Madonna”, la “Marrubia” ed altre comprese nella categoria dei marroni.

Itinerario 16

Località di partenza: Meschia 774 m

Loc. di arrivo: M. Pianamonte 1170 m

Dislivello complessivo: 550 m circa

Orario complessivo: 4/5 ore

Difficoltà: EE

Segnaletica: itinerari n. 402, 403, 444, 446

C’è una strada nel bosco

Da Meschia a Monte Pianamonte

Discesa: per Abetito

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Anello

Accesso

Dalla SS 78 “Picena”, al Km 70, si prende il bivio per Montegallo. Si segue la provinciale fino al bivio per Mescha. Si segue quest’ultima (tortuosa) strada asfaltata fino al paese. Si parcheggia nei pressi della fontana nella piazzetta.

Commento

Questo anello si svolge prevalentemente sul versante nord del gruppo del Ceresa; è uno dei pochi itinerari alti che è possibile percorrere su questo versante, poichè la maggior parte dei vecchi sentieri che attraversavano queste valli sono stati trasformati in piste. Purtroppo, le sterrate aperte per permettere il transito ai trattori per il trasporto del legname sono state realizzate e poi abbandonate a se stesse. Al vecchio sentiero si è sostituito un tracciato che è causa di erosioni e frane; speriamo che in futuro queste opere siano programmate con meno superficialità e si tenga un po’ più conto dell’ambiente su cui si interviene.

Anche l’anello proposto ricalca per la maggior parte vecchie e nuove piste a volte labirintiche. Solo nel tratto prima del Monte Pianamonte ancora resiste un vecchio sentiero. Il percorso tra Abetito e Meschia si svolge prevalentemente tra castagneti curati e molto suggestivi.

Relazione

Dalla fontana (774 m), si prende il sentiero che parte sull’altro lato della strada e, aggirato il cocuzzolo che sovrasta il paese a destra, lo risale fino alla cima da dove si gode un notevole panorama (801 m).

Si ridiscende qualche metro e si prosegue in cresta oltrepassando vecchie case sulla dorsale.

Sempre rimanendo in cresta si incrocia una pista (itinerario n. 402) e la si segue fino a che questa entra nella valle.

Un largo sentiero parte subito a sinistra in salita. Si lascia la pista (807 m, 0.15 ore) che prosegue in piano (itinerario n. 446) per seguire il sentiero caratterizzato dal fondo in arenaria massiccia. Tornato in cresta il sentiero si porta alla sua sinistra, in un castagneto, dove diverse larghe tracce si alzano sulla destra; ignorarle e continuare sul largo sentiero per lasciarlo dopo circa 100 m e salire sulla successiva deviazione a destra. Ora più stretto ed inciso, il sentiero risale il versante boscoso con diverse svolte e raggiunge di nuovo il filo di cresta in corrispondenza della base di uno scivolo di arenaria.

Si risale lo scivolo, con vedute panoramiche sul Vettore ed i Sibillini, fino alla sua fine. Ora la cresta si allarga nel bosco facendosi meno ripida ed il sentiero volge gradualmente a destra fino ad incontrare quello che traversa orizzontalmente il versante (1037 m, 0.35 ore, incrocio con l’itinerario n. 403).

Si prende a destra, in piano, ed in breve si incontra, in corrispondenza di un tornante, la pista dissestata che sale da Abetito. La si segue in salita finché termina sulla dorsale boscosa, spartiacque principale dell’area. Si segue il crinale a destra, dove il sentiero si porta sul versante sinistro per poi risalire zig-zagando. Tornato pianeggiante questo incontra una pista evidente che percorre la larga dorsale (1174 m).

Oltrepassato il bivio con l’itinerario n. 402 che scende verso Agore (1170 m, 0.15 ore), si continua in lieve salita fin nei pressi del M. Pianamonte dove, ad una curva, si inizia a scendere e rapidamente si incrocia una nuova pista (1220 m, 0.30 ore). Si continua a scendere (destra) per questa nuova pista fino ad un nuovo incrocio con fonte (1060 m, 0.20 ore, incrocio con itinerario n. 449).

La pista sempre più marcata, scende dritta fino ad incrociare la strada asfaltata nei pressi di una chiesa (836 m, 0.20 ore). Per una nuova pista, a fianco della chiesa, si continua a scendere fino a raggiungere la strada asfaltata principale che si segue per poco verso valle dove si incrocia una nuova pista (804 m, 0.10 ore) che, verso destra, prosegue in piano e rientra della valle. Si traversa lungamente il versante, poi si scende al fosso, lo si attraversa e si risale per un breve tratto. Sempre per pista si continua in piano, tra castagneti molto curati e si raggiunge il bivio a q. 807 m incontrato all’andata (1.30 ore). Per la pista prima e la strada asfaltata poi, rapidamente si raggiunge il punto di partenza (0.10 ore).

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Il versante orientale del M. Vettore

Salendo nei castagneti di Meschia

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Battaglia sul Pianamonte

Dopo la scadenza del termine per l’amnistia, stabilita per il 30 settembre 1809, per quei briganti che avessero deposto le armi e si fossero consegnati spontaneamente, il 6 ottobre, 30 Guardie Nazionali di Acquasanta più 56 francesi salgono a Rocchetta per una battuta di rastrellamento sul Pianamonte. I briganti, per nulla impressionati, ingaggiano una furiosa battaglia notturna e costringono i regolari a ritirarsi con la perdita di una Guardia Nazionale. Solo tre giorni dopo “30 briganti del quartiere di Falciano-Venamartello attaccano Acquasanta da S. Vito e Venamartello e la stringono d’assedio tanto che viene bloccata ogni attività e le donne non possono nemmeno andare alla fontana ad attingere acqua”. (Cognoli V. - 1993).

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Meschia

Anticamente faceva parte del comune di Osoli. Interessanti gli studi sull’origine del nome che deriverebbe dall’ebraico “sok” (tenda, tugurio, capanna) che unito a “men” darebbe luogo a meisak, recinto sacro, quindi, luogo di culto e di adunanze e allo stesso momento riparo e rifugio.

Fuori l’abitato, la piccola chiesa di Santa Maria de Fora, che presenta un’abside poligonale con al suo interno l’effigie della “Madonna col bambino” del sec. XVI. I primi insediamenti erano localizzati nella parte più alta del borgo, ove oggi è possibile osservare solo dei ruderi. Con il passare degli anni le abitazioni furono spostate nella zona più bassa, maggiormente riparata dalle intemperie.

Meschia è uno dei rari esempi di borgo montano con origini cinquecentesche. Le piccole vie, l’alternarsi di superfici in pietra a volumi in legno immersi nel verde, ci riportano ad una dimensione a misura d’uomo e ad uno stile di vita semplice tipico di questi luoghi.

La chiesa di San Biagio si trova all’interno del nucleo delle abitazioni; conserva un interessante busto ligneo raffigurante per l’appunto San Biagio.

(AA. VV. - 2004)

“Li ‘mmazza-meriell” (o “ ‘mmazza-meriegghie ”)

Tutto nasce nel mondo dei carbonai e in particolare nella frazione di Meschia.

I carbonai, dopo aver preparato accuratamente la carbonaia durante tutto il giorno, provvedevano alla sua accensione, custodendo con amore e attenzione il lento bruciare della legna fino alla sua trasformazione in carbone. La carbonaia veniva vigilata anche durante la notte. Secondo la tradizione popolare, coloro che rimanevano a sorvegliare la carbonaia venivano disturbati dagli “mmazza-mëriell”, spiriti del bosco, folletti, che, muovendosi, producevano rumori che spaventavano gli stessi carbonai. Questi, a loro volta, reagivano cercando di battere dei bastoni a terra o sul tronco degli alberi per impaurire e scacciare queste presenze indesiderate, burlone e disturbatrici che li distraevano dal loro lavoro. Ancora oggi i boschi secolari intorno a Meschia racchiudono tutto un particolare fascino e un alone di mistero tanto da far pensare a una reale apparizione di un folletto da un momento all’altro.

(AA. VV. - 2004)

In alto: nei pressi del paese

In basso: all’entrata del borgo

Itinerario 15

Località di partenza: Piandelloro 804 m

Dislivello complessivo: 180 m circa

Orario complessivo: 2/3 ore

Difficoltà: E

Segnaletica: itinerari n. 424, 402, 401

Tratto di sentiero scavato nell’arenaria tra Piandelloro e Rocchetta

Un anello per tre frazioni

Piandelloro - Agore – Rocchetta – Piandelloro

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Accesso

Dalla SS 78 “Picena”, tra i Km 76 e 77 si lascia la Statale e si prende la strada per Casebianche. Si continua per questa tortuosa strada e superati diversi paesi si giunge ad un valico in prossimità di Scalelle (circa 9 Km). Al valico (quadrivio) si prende per Piandelloro dove si arriva dopo circa 4 km.

Commento

Un anello escursionistico frequentato perché non lungo e molto interessante, non solo per le frazioni che si visitano, ma anche per la particolarità del sentiero che si percorre tra Rocchetta e Piandelloro. A tratti letteralmente scavato nell’arenaria, il sentiero attraversa i larghi imbuti dei fossi di Acquaviva e di Piandelloro, con affacci panoramici su di essi, sulla valle del Tronto e sul gruppo della Laga. Dei tre paesi, forse quello di partenza è il meno interessante, a parte la posizione ardita e suggestiva sull’angusta cresta, perché ricostruito nel secolo scorso. Non così invece Agore, che conserva l’impianto longobardo, con asse centrale a partire dalla chiesetta, e le piccole proprietà, una volta coltivate, alle spalle delle abitazioni. Poi Rocchetta, il “paese verticale” di cui si parla diffusamente in altre parti del volume.

Relazione

Da Piandelloro (804 m), dopo circa 40 metri dal fontanile al termine del paese, parte a destra un sentiero evidente, sbarrato da un cancelletto apribile agevolmente. Seguire il sentierino mentre risale, a volte esile ma sempre evidente (ignorare le deviazioni), sopra la ripida cresta che sovrasta la frazione. Da Piandelloro (804 m), oltrepassato il fontanile al termine del paese, dopo circa 40 metri, parte a destra un sentiero evidente, sbarrato subito da un cancelletto apribile agevolmente. Seguire il sentierino mentre risale, a volte esile ma sempre evidente (ignorare le deviazioni), la ripida cresta che sovrasta la frazione. Dopo varie svolte il sentiero si porta a destra in zona meno ripida, intercetta un sentierino che traversa orizzontalmente e lo segue verso sinistra. Alcune ultime svolte permettono di raggiungere la cresta (Vena Rapolara) che divide il versante di Agore da quello di Piandelloro. Raggiunta una panoramica sella (983 m, 0.35 ore), si scende sull’evidente pista che traversa il pendio, quindi un evidente fosso (Fosso del Marchese, 945 m) e, costeggiando antichi muri a secco, giunge ad Agore (851 m, 0.20 ore). Ora occorre seguire, a sinistra della direzione di arrivo, la strada bianca che, in circa 2,5 km, aggirando fossi e costeggiando prima il vecchio cimitero, poi la chiesetta di S. Silvestro, raggiunge la frazione Rocchetta (811 m, 0.40 ore). Prima dell’inizio del paese, sale a sinistra una chiara traccia che, sul bordo del vecchio abitato, si alza sui prati sovrastanti dove continua con il sentierino che si porta a sinistra, traversa una macchia e raggiunge, dopo un rudere, la sella tra il Colle dell’Icona, che sovrasta Rocchetta e la cresta che sale (860 m ca.). Oltre la sella ci si abbassa a prendere il sentierino che si segue verso sinistra lungamente, traversando il versante con i suoi numerosi fossi con brevi saliscendi fino ad aggirare una sella su arenaria scoperta. Si giunge infine a Piandelloro in corrispondenza del fontanile dai cui pressi si è partiti (804 m, 0.40 ore).

Anello

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Agore e Piandelloro

Queste due ville risultano essere nel XVI secolo contrade agrarie e non “Ville”.

Piandelloro viene spesso indicata col nome di Colle Alloro, Lu Colle de Lloro e Pianelloro; solo nel ‘600, col sorgere delle prime abitazioni, si ritrova la dicitura di Villa Pianellori anche se da altri documenti si legge che gli abitanti di queste zone alla fine dell’Ottocento abitano ancora nelle grotte.

Agore viene invece a denominarsi in maniera molto varia nel tempo; “…nel ‘500 è detta le Lacora, le Lacura, la Peza de le Lacura, contrada delle Laquera per divenire poi villa Lacoris nel 1670, villa Acorarum nel 1756 e Lucura”.

La chiesa del paese è dedicata a San Donato.

Rocchetta

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In alto: la chiesa di San Silvestro, sulla strada tra Rocchetta e Agore

In basso: Piandelloro

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Il Porcino o i porcini?

Nell’accezione comune del termine, per porcino si intende un gruppo di funghi appartenenti al genere Boletus che presentano carne bianca immutabile a contatto con l’aria, apparato di produzione e dispersione delle spore a “spugna” e caratteristiche morfologiche, ecologiche ed organolettiche tali da essere considerati i funghi per eccellenza ed esser confusi dalla maggior parte dei raccoglitori.

Il re indiscusso di questo gruppo è senz’altro il porcino autunnale (Boletus edulis); come dice il nome stesso si ritrova in tarda estate-autunno, con caratteristica colorazione del cappello dal nocciola al marrone e della “spugna” dal bianco al giallo e quindi al verde scuro in ragione della maturità del fungo stesso.

Il porcino estivo (Boletus aestivalis) ha invece un intenso e duraturo aroma che lo rende adattassimo per essere conservato secco o per aromatizzare oli.

Il porcino nero (Boletus areus) presenta un cappello con superficie irregolare di colore marrone molto scuro.

Itinerario 14

Loc. di partenza: Poggio Rocchetta 660 m

Località di arrivo: Agore 851 m

Dislivello complessivo: 200 m circa

Orario complessivo: 1.30/2.30 ore

Difficoltà: E

Segnaletica: itinerari n. 431, 401, 402

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L’anello di pietra

Poggio Rocchetta - Agore - Rocchetta

Accesso

Prendere la vecchia Salaria (uscire ad Acquasanta se si proviene da ovest oppure dopo Mozzano se si proviene da est). Nei pressi di Centrale, prendere per Tallacano e seguire questa strada fino al paese. Giunti a Tallacano, continuare per la strada bianca che inizia subito oltre e seguirla fino al termine. Si parcheggia nello slargo proprio sotto il paese di Poggio Rocchetta.

Commento

Questo itinerario consente di visitare i borghi dell’alta valle di Tallacano. È un anello non impegnativo che lascia il tempo per curiosare tra le rovine dei casolari e tra le ardite costruzioni di questi minuscoli borghi arroccati su impervie balze di arenaria.

Dopo la forte emigrazione degli anni ‘50 e ‘60 queste frazioni non si sono più riprese; fino a qualche anno fa sembravano destinate a scomparire in tempi brevi. Da pochi anni, invece, notiamo un forte cambiamento: numerose case sono state ristrutturate (spesso in modo discutibile) e addirittura si parla di progetti turistici nella zona di Rocchetta.

Vedere sparire interi paesi non fa certo piacere e quindi la notizia che qualcuno voglia farli “rinascere” va accolta favorevolmente; ci auguriamo solo che questo non comporti ulteriori aggressioni al territorio.

Relazione

Dal parcheggio (650 m circa) si prende il sentiero che, a destra del muro di sostegno in travertino, risale il paese. Alle prime case, prima del fontanile, si lascia la traccia principale (n. 402) e si prende a destra il sentiero che, in traversata, raggiunge e supera il fosso del Marchese su di un esile ponticello.

Si risale il versante opposto costeggiando il torrente. Alzatosi con alcune svolte tra vecchi terrazzamenti alternati a ripiani una volta coltivati, il sentiero torna sulla destra mentre il versante si fa meno ripido, incrocia una pista e la segue verso destra fino a che sbuca sulla strada sottostante la frazione Rocchetta, dopo aver superato una casa (811 m, 0.30 ore). Ora si volge a sinistra seguendo la strada stessa che rasenta la chiesetta di S. Silvestro, poi il cimitero, supera e costeggia fossi ed infine risale fino ad Agore in circa 2,5 km (851 m, 0.45 ore).

Si entra nel paese nei pressi della fonte, si scende fiancheggiando la chiesetta, e si percorre la via che lo attraversa interamente.

Dopo le ultime case, al termine della stretta stradina parte la vecchia mulattiera che, a tratti larga ed evidente, percorre la cresta sottostante ora portandosi a destra ora a sinistra del filo, tra paretine e lame di arenaria. Quando la cresta si fa più ripida il sentiero, qui più stretto, si porta a sinistra e si abbassa sul versante con larghe svolte.

Per un largo e caratteristico scivolo di arenaria, si rientra nel paese (fontanile) e rapidamente si torna al punto di partenza (0.20 ore).

Anello

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Sopra: i prati sopra Rocchetta

A destra: un tratto di sentiero tra Poggio Rocchetta e Agore

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Rocchetta: il paese verticale

“Li poveri huomini che sono forscia dece case debiano patire et pacare per tucte le altre sopradicte ville quale per la majore parte del tempo stan disobedienti et non pacano ne alla Camera ne a questa Magnifica Comunità”. Che se i Rocchettani pagano “non se porriano mai revalere dalavena Amartello Tallacano et altri lochi e poi essi per la loro extrema povertà non serria possibile aresistere a pacare”. Questo scritto di Rocchetta alla città di Ascoli (1520) dimostra che la villa godeva di miglior benessere di quelle circostanti, tanto da divenire “appetibile a mastri lombardi, quali m° Giorgio Joannitti di Valle Veris, Domodossola, m° Domenico Di Giorgio, e m° Martino Graziosi che prende dimora stabile in Poggio Rocchetta”. (Cognoli V. - 1993)

Il paese ha un’origine molto antica poiché il suo nome compare nei capitoli dello stato di Ascoli e Norcia del 7 agosto 1255: Norcia cedeva a favore di Ascoli tutti i diritti che poteva accampare sul castello di Rocchetta.

La Villa ebbe dal Quattrocento una crescente fioritura economica poiché risultava, grazie al suo legame con Farfa, membro del monastero di S. Salvatore di Rieti e sede di chiesa curata che aveva rendite, proventi, emolumenti e decime. Nel ‘500 il paese entra a far parte del “Sindicato di Venamartello” e la sua prosperità si evince dalla presenza di quarantotto fuochi insieme a Poggio, frazione ad essa collegata, in quanto risulta essere, tra le altre ville, la più ligia ai doveri fiscali.

All’epoca il paese era raggiungibile solo a piedi poiché sprovvisto di una strada carrozzabile, e il gravoso problema fu risolto solo nel secolo scorso. Degno di nota è l’originalissimo metodo costruttivo della quasi totalità delle abitazioni di questo paese poiché le case sono costruite sfruttando il naturale andamento degli strati rocciosi che in questo modo entrano a far parte degli stessi fabbricati

La chiesa del paese è intitolata a San Silvestro e venne costruita nel 1526, come rivelato dalla data incisa nelle lesene interne, per essere poi restaurata nel 1947. Attualmente il paese risulta completamente abbandonato e disabitato.

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Scendendo da Agore

Itinerario 13

Località di partenza: Tallacano 660 m

Località di arrivo: M. Savucco 1205 m

Dislivello: 545 m

Orario complessivo: 4/5 ore

Difficoltà: EE

Segnaletica: itinerari n. 419, 416, 418, 401, 430 e 435

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Anello del Savucco

Da Tallacano al Monte Savucco per San Pietro

Discesa: per il fosso delle Pile e Poggio Rocchetta

Accesso

Prendere la vecchia Salaria (uscire ad Acquasanta se si proviene da ovest oppure dopo Mozzano se si proviene da est). Nei pressi di Centrale, prendere per Tallacano e seguire questa strada fino al paese. Parcheggiare nello slargo all’inizio del borgo.

Commento

Tallacano, San Pietro, Tassinara (Sasso Spaccato), Monte Savucco, Poggio Rocchetta, sono alcune delle località più significative toccate da questo itinerario molto piacevole e vario. Nella parte bassa troviamo la chiesetta rurale di San Pietro, recentemente restaurata, sul bordo di un comodo pianoro, poi lo “strano” e caratteristico canyon di Sasso Spaccato (v. it. n. 11). In alto il panorama si fa veramente notevole con vista a 360° dal mare al Gran Sasso, dai Monti della Laga ai Sibillini e oltre. Vario anche il bosco: carpini, faggi, abeti, pini, e infine castagni secolari fanno da cornice a tutto il percorso. Unico tratto in cui prestare attenzione è la discesa dalla sella oltre il Savucco, dove l’inizio del sentiero non è molto netto e potrebbe essere facile sbagliare strada, anche se le varie bandierine rosso-bianche agevolano notevolmente la discesa. 

Relazione

Dalla netta curva sopra Tallacano (660 m) si segue per un tratto la strada bianca che conduce a Poggio Rocchetta. Dopo circa 50 m si prende a sinistra un netto sentiero che sale (419). Dopo alcune svolte si giunge alla chiesetta di San Pietro posta su un panoramico pianoro (764 m, 0.15 ore, fonte).

Poco oltre la chiesa si incrocia una sterrata che si segue verso monte. Giunti ad un bivio (801 m, 0.10 ore, incrocio con itinerario n. 420) si prende verso sinistra (a destra si raggiunge, in pochi minuti, la Tassinara - Sasso Spaccato).

Si continua a salire nel bosco fino a prendere il filo di cresta (nord). Il sentiero la risale quasi fedelmente con ottimi scorci sulla valle sottostante. Finita la cresta si obliqua verso sinistra, adesso quasi in piano, e in breve si incrocia la pista che sale da Cocoscia (1050 m circa, 0.45 ore, sentiero n. 416). Da qui si segue la pista verso destra, prima in lieve salita, poi in discesa fino alla sella che separa il M. Vicito dal M. Savucco (1.025 m circa).

Quando la pista volge a destra del filo di cresta, ci si sposta di poco verso sinistra e si prende un sentiero che mantiene il filo del crinale (cresta sud-est). Si continua per questo che si alza con ripide svolte sulla cresta, quindi a quota 1.075 m circa si devia verso destra, costeggiando gialli strapiombi erosi dal vento, e portandosi in breve su placche di arenaria con panorama sulla valle di Tallacano. Si continua a traversare fino a giungere alla successiva cresta (nord) del monte (1.053 m). Da qui si continua a sinistra sul bordo del crinale fino alla boscosa cima del Monte Savucco (1.205 m, 0.35 ore). Consigliamo una bella veduta da un gradino proteso nel vuoto (attenzione!) posto prima della vetta sulla rocciosa cresta sud-est che affaccia sul Rio Novele. Dalla cima si segue la larga cresta che separa la valle di Tallacano da quella di Novele e Peracchia, tornando allo scoperto su panoramici scivoli di arenaria.

Tenendosi a destra del bordo, con breve salita, poi in discesa nel bosco (rimboschimenti di conifere), si arriva ad incrociare il sentiero che sale da Peracchia in corrispondenza di un intaglio della cresta (1.168 m, 0.20 ore). Da qui inizia la discesa vera e propria; prendere a destra, nel fitto ma comodo sottobosco, facendo attenzione a non perdere di vista le bandierine rosso-bianche che segnalano l’itinerario perchè in questo primo tratto la traccia non è molto netta. Seguendo il fondo della valle (c’è acqua solo fino ad inizio estate), tenendosi a destra del fosso che scende, si giunge fino a quota 875 m dove si volge a destra allontanandosi da questo per traversare altri fossi. Scavalcato un crinale si rasenta un grosso masso triangolare; il sentiero diventa molto inciso e continua a scendere direttamente. Lasciati i faggi adesso si superano castagneti con piante ultrasecolari di notevole circonferenza. Si raggiunge il fondo della valle dove si incrocia il sentiero n. 430 (770 m circa, 0.45 ore). Per questo, a destra, si continua a costeggiare il fosso Le Pile. Più pianeggiante, si continua nel fondo valle fino ad un nuovo bivio (645 m circa). Si continua dritti per la larga mulattiera che ora costeggia la strada bianca per Poggio Rocchetta e, dopo aver superato un piccolo fosso, converge su di essa (635 m, 0.30 ore). Per questa si torna a Tallacano (0.30 ore).

Variante: per Poggio Rocchetta 

Dal bivio a q. 645 si scende facilmente al fosso che si attraversa. Sull’altra sponda si incrocia subito il sentiero n. 435. Lo si segue verso destra e con lievi saliscendi si arriva a Poggio Rocchetta, tra le prime case del paese (660 m, fonte). Scendere alla sottostante strada bianca che, oltrepassato il ponte, pianeggiante, incrocia il sentiero che proviene da destra (635 m, 0.30).

Per la strada si torna a Tallacano (1.5 Km, 0.30 ore).

Anello

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La verde sella sopra Peracchia; sullo sfondo, ancora innevati, i Monti della Laga

Il sempreverde delle rupi: il Leccio

Il leccio (Quercus ilex) è una quercia a foglie coriacee persistenti (sclerofilla sempre verde) tipica di ambienti caldi e rappresenta uno dei componenti arborei principali della macchia mediterranea.

Questa specie vegetale preferisce suoli con scarsa sostanza organica, ricchi di scheletro (molto sassosi), rocciosi e con ristagno di acqua praticamente nullo.

In ragione di tali esigenze ecologiche, nel comprensorio del monte Ceresa il leccio rappresenta un esempio di vegetazione extrazonale: occupa, essenzialmente allo stato arbustivo, stazioni insistenti su piani fitoclimatici (quelli individuati in base alla presenza o assenza di certe piante caratteristiche) diversi da quello mediterraneo.

Più precisamente, questa pianta colonizza i difficili ed impervi ambienti rupestri dei versanti a reggipoggio (es. rupi di Peracchia, Capo di Rigo, Quintodecimo, Acquasanta etc.); questi sono infatti caratterizzati da una limitatissima possibilità di attecchimento attribuibile agli straterelli di argilla, o comunque di materiale sciolto, presenti tra i compatti strati di arenaria.

Con esposizioni a solatio, assieme al leccio si ritrovano inoltre degli arbusti tipici della macchia mediterranea come il corbezzolo (Arbutus unedo) e l’erica (Erica arborea).

Da quanto detto, emerge che questa pianta riesce a vincere la competizione con le altre, non tanto perché sulle rupi si creano condizioni ambientali associabili a quelle del clima mediterraneo, ma in maggior misura perché riesce a vivere in condizioni di scarsità idrica estrema.

In queste zone il leccio tende ad occupare puntuali siti sparsi su tutto il territorio, ma sul versante sinistro della valle del fiume Tronto, tra l’abitato di Acquasanta Terme e quello di Santa Maria, esso va a formare una boscaglia ben strutturata che, per la sua importanza biogeografica, è stato motivo di individuazione del Sito di Importanza Comunitaria n.73 “Lecceta di Acquasanta Terme” (Natura 2000).

Vale la pena, infine, ricordare la presenza nei vicini Monti Sibillini di una delle popolazioni extrazonali di leccio a maggior quota dell’intera catena appenninica che raggiunge circa 1600 metri di quota (lecceta della Samara).

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La verde valle di Tallacano

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Il balcone naturale poco sotto la cima del Savucco

Uno castagneto ben tenuto

Itinerario 12

Loc. di partenza: Poggio Rocchetta 650 m

Località di arrivo: Agore 850 m

Dislivello complessivo: 300 m circa

Orario complessivo: 2.30/3.30 ore

Difficoltà: E

Segnaletica: itinerari n. 402, 401, 430, 435

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Così vicine, così lontane

Da Poggio Rocchetta ad Agore

Discesa: per le Pagliare

Accesso

Prendere la vecchia Salaria (uscire ad Acquasanta se si proviene da ovest oppure dopo Mozzano se si proviene da est). Nei pressi di Centrale, prendere per Tallacano e seguire questa strada fino al paese. Giunti a Tallacano, continuare per la strada bianca che inizia subito oltre e seguirla fino al termine. Si parcheggia nello slargo proprio sotto il paese di Poggio Rocchetta.

Commento

Itinerario vario che attraversa le frazioni più remote e suggestive della valle. Il percorso è quasi sempre su sentiero (ben marcato), tranne un tratto di pista, da Agore al fosso omonimo.

I ruderi delle Pagliare, come quelli della grotta del Petrienno (vedi itinerario n. 6), sono la testimonianza delle dure condizioni di vita in questi luoghi remoti, isolati dal resto del mondo.

Molto bello il tratto di discesa, a fianco al fosso delle Pile, dove nei folti castagneti non è raro incontrare piante plurisecolari.

Relazione

Dal parcheggio (650 m circa) si prende il sentiero che, a destra del muro di sostegno in travertino, risale il paese. Superato subito il bivio che a destra conduce a Rocchetta (sentiero n. 431), si oltrepassano un fontanile ed un’esposta cengia di arenaria. Aggirata la cresta, con alcune svolte si rimonta il versante sinistro del Fosso del Marchese e ci si porta sul crinale che collega Poggio ad Agore (visibile in alto). Lo si segue con andamento regolare, aggirando salti e lame di roccia, fino al paese, che si attraversa lungo la sua via centrale.

Poco oltre la fonte vicino alla chiesa (851 m, 0.35 ore), si prende la strada sterrata che, pianeggiante, volge verso sinistra passando davanti ad un casolare isolato. Sempre per strada si entra nella valle e, con andamento pianeggiante (ignorare deviazioni secondarie), si giunge fino al fondo di essa dove si superano in successione due fossi (fosso dell’Agore, 850 m circa).

Poco oltre la pista termina e si prosegue per sentiero. In leggera salita si rimonta il versante, si oltrepassa un crinale e si ridiscende lentamente verso il fosso Petrienno, dove si incrocia di nuovo una vecchia pista (800 m circa). Per questa si scende lungo il fosso fino ad un netto bivio sulla destra (775 m circa, 0.50 ore, incrocio con il percorso n. 432 che scende alla grotta del Petrienno).

Si prende a destra e in lieve salita si risale una netta cresta (ottimo punto panoramico).

In piano si continua a traversare fino ai ruderi delle Pagliare (800 m), ormai coperti di vegetazione sotto alte pareti di arenaria. In breve si scende al fosso delle Pile (circa 770 m), lo si attraversa e in piano si raggiunge il netto bivio con il sentiero 430 (0.25 ore).

Per questo, molto più marcato del precedente, sempre costeggiando sulla destra il fosso, si scende velocemente fino ad un nuovo bivio, poco prima della strada per Poggio (650 m circa, 0.20 ore). Prendere a sinistra e subito dopo guadare il fosso. Sull’altra sponda si incrocia il sentiero n. 435 (635 m) che, verso destra, in breve permette di tornare a Poggio Rocchetta (0.15 ore).

Anello

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Il singolare modo di abitare le caverne:

“le Pagliare”

Camminando sui sentieri di queste singolari montagne non è raro imbattersi nelle testimonianze di un’antichissima presenza dell’uomo; cascine centenarie, stupendi mulini e solitari centri abitati.

A circa 800 metri di quota, sulle pendici sud del Monte Ceresa ed al disotto della zona “Grotta delle Nuvole” (dai locali chiamata” Grotta Vena”), si arrocca uno di questi centri disabitati di rilevante interesse atropo-storico che è conosciuto con il nome di “le Pagliare”.

Come riportato nello studio realizzato per la redazione del Piano di Gestione del p.S.I.C. Monte Ceresa (Sito di Importanza Comunitaria, Natura 2000 – Z.C.S.), “l’antico toponimo Pagliare sembra derivare dall’uso originario che si faceva delle grotte e degli altri manufatti e cioè quello di magazzini di paglia e fieno (pagliai). Di questo insediamento rurale, probabilmente di origine medievale, sono state rilevate in particolare tre diverse tipologie di manufatti: una è quella dell’annesso rurale che sfrutta le grotte e le cavità naturali, una seconda è quella della casa disposta a schiera che coniuga all’annesso rustico l’abitazione, e la terza è la casa isolata sparsa sui fondi”. Le strutture edilizie del centro dell’agglomerato delle Pagliare sono addossate ad una parete naturale di roccia e disposte a semicerchio in una sorta di anfiteatro naturale; al centro della parete scorre il Fosso della Giuntura che risulta molto suggestivo nei periodi di piena poiché in quel punto forma una caratteristica cascata che divide l’intero agglomerato, per poi riversarsi sul fosso delle Pile. La parete di roccia sovrastante forma delle grotte nelle quali sono state ricavate delle piccole stalle; tali incavi naturali di solito venivano ampliati utilizzandone il piano terra per il ricovero degli animali. Il soppalco superiore, costituito da una struttura portante in travi di legno con ripiano di tavole e piccoli tronchi serviva per l’essiccazione delle castagne e deposito per il fieno e la “sfoglia” (nel gergo dialettale la sfoglia era costituita dai ramoscelli e dalle foglie più tenere che, raccolti nei mesi estivi, venivano poi conservati ed utilizzati come fieno nei mesi invernali). Molte di queste strutture (eccetto una che risulta in buono stato di conservazione) sono crollate, ed i resti, sebbene siano stati completamente invasi dalla ricca vegetazione, sono ancora visibili. Accanto ai ricoveri per gli animali è stata rilevata una seconda tipologia strutturale che prevedeva una dimora permanente della casa, anche se verosimilmente le strutture risultano attrezzate per un uso stagionale o legato piuttosto alle necessità del momento.

Il panoramico tratto di sentiero dopo Poggio

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In questa pagina: vari scorci di Agore

Itinerario 11

Località di partenza: Tallacano 660 m

Località di arrivo: Sasso Spaccato 800 m

Dislivello: 140 m

Orario andata: 0.30/1 ora

Orario ritorno: 0.30/1 ora

Difficoltà: E

Segnaletica: itinerari n. 419, 420

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Sorpresa: c’è un canyon nel bosco

Da Tallacano alla Tassinara (Sasso Spaccato) per San Pietro

Discesa: stesso itinerario

Accesso

Prendere la vecchia Salaria (uscire ad Acquasanta se si proviene da ovest oppure dopo Mozzano se si proviene da est). Nei pressi di Centrale, prendere per Tallacano e seguire questa strada fino al paese. Parcheggiare nello slargo all’inizio del borgo.

Commento

Degli itinerari della guida, questo è il più breve. Breve ma non meno interessante: la prima parte è su sentiero, fino alla pittoresca chiesa di San Pietro, la seconda è su pista, fino alla Tassinara, un “canyon” conosciuto anche col nome di “Sasso Spaccato”.

La chiesa racchiude alcuni affreschi che fino a poco tempo fa erano alla mercè degli eventi atmosferici poiché il tetto era crollato. Giustamente l’Amministrazione provinciale ha di recente finanziato il restaurato dell’edificio e degli affreschi. Attualmente la chiesa è chiusa. Suggestive sono le storie che si raccontano in paese sull’origine delle scritte scolpite sulle pareti all’interno del canyon. Una leggenda vuole che i ricchi erano soliti nascondere i loro averi sottoterra. Una volta raggiunto il luogo che reputavano opportuno, facevano scavare al servo una buca e nascosto il tesoro gli rivelavano la parola d’ordine. Il servo, che da lì a poco sarebbe stato ucciso, era incaricato di vigilare sul tesoro e di far avvicinare solamente colui che era in grado di indovinare la parola d’ordine ascoltata poco prima.

Ciò garantiva al ricco l’accesso esclusivo alle sue ricchezze. Le scritte intagliate indicano i nomi dei servi uccisi.

Più realisticamente, sembra invece che le scritte indichino i nomi dei morti di colera durante una delle ultime epidemie ottocentesche, qui seppelliti dai paesani. Purtroppo le pareti sono state recentemente utilizzate per i soliti, inutili graffiti...

Relazione

Dal parcheggio (660 m), si continua sulla strada bianca che dirige a Poggio Rocchetta. Dopo circa 100 m si lascia la strada per salire a sinistra l’evidente mulattiera che risale il versante (419). Con larghe svolte e belle vedute sulla sottostante frazione, si raggiunge il piccolo altipiano preceduto dalla chiesetta di S. Pietro (764 m, fonte, 0.15 ore). Superata la chiesetta si incrocia una pista; la si segue verso sinistra. Dapprima si costeggiano piccole zone ancora coltivate poi si entra nel bosco dove si raggiunge un bivio (801 m, 0.10 ore). Si continua in piano (itinerario n. 420 - questo tratto coincide con l’acquedotto del Pescara) e in breve si raggiungono le due alte pareti di arenaria, perfettamente verticali, tormentate da fori e fratture (800 m, 0.10 ore).

Le incisioni dovute all’opera dell’uomo si trovano in basso a destra verso il termine del piccolo canyon.

Andata e Ritorno

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Tallacano visto dall’alto; sullo sfondo i Monti Gemelli

In basso: la chiesa di San Pietro restaurata

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Tallacano

Non è escluso, secondo Cognoli, che il toponimo derivi dal nome della nobile famiglia ascolana dei Tagliacane, come attestato da inventari e documenti, in cui si parla di “villa Taliachani” o, a proposito della chiesetta di S. Pietro, detta di “Tagliacano”. “Il nome della villa compare sul Bollario vescovile nel 1331 quando avviene il passaggio della chiesa di S. Pietro in Tallacano dall’amministrazione di Donno Filippo, priore della chiesa di S. Tommaso di Ascoli, ai chierici locali e a Gentiluccio di Antonio da Quintodecimo. La buona organizzazione sociale di Tallacano è evidente nel 1356, quando gli uomini della villa, uniti a quella di Rocchetta, nominano loro procuratore, in Perugia, Nicola Tiberucci nella causa contro Marino dell’Ordine agostiniano, per fatti concernenti l’hospitale di S. Giorgio di Salmacina”. Nel ‘500 inoltre si ricordano le liti con Venamartello, prima per la proprietà del M. Savucco, poi per i privilegi della chiesetta di S. Pietro.

Tallacano è un borgo suggestivo dove le antiche case, abbarbicate su speroni rocciosi, si stringono le une alle altre. Nel corso dei secoli ha avuto due chiese: la citata chiesa parrocchiale di San Pietro, sita fuori dalla villa, che dal 1621 viene assoggettata a Farfa, e la chiesa dentro il paese di S. Maria Annunziata. Quest’ultima fu fondata dai Canonici Lateranensi il 31 ottobre del 1400 e per questo doveva a San Giovanni in Laterano “mezza libbra di cera ogni anno nel giorno di Pasqua”. Tuttavia, a causa di una controversia, anch’essa verrà assoggettata a Farfa nel 1621.

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La Tassinara oppure Sasso Spaccato

Itinerario 10

Località di partenza: ponte sul fosso dei Mottari (414 m)

Località di arrivo: Piandelloro (804 m)

Dislivello complessivo: 400 m circa

Orario salita: 2/3 ore

Orario discesa: 1.30/2 ore

Difficoltà: E

Segnaletica: itinerario n. 425

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Lungo il fosso dei colori

Dal ponte sul fosso dei Mottari a Piandelloro per Case Casale

Discesa: stesso itinerario

Accesso

Dal bivio per Tallacano, in prossimità di Centrale di Acquasanta (4 Km da Acquasanta Terme), si segue la strada asfaltata per 4,5 Km; subito dopo il bivio di Valle Fusella, si parcheggia l’auto in prossimità di un tornante all’altezza di un ponticello.

Commento

Il percorso presenta degli scorci naturalistici interessanti e tipologie costruttive di particolare interesse. È possibile osservare case incastonate nella roccia (esempio tipico di costruzione rupestre), boschi misti (castagneti e lecceti) e banchi di arenaria.

La morfologia del percorso è piuttosto varia, dal fondovalle al crinale e l’itinerario è adatto a tutti gli escursionisti. Il percorso si rivela ancora più interessante nel periodo primaverile - estivo, per la presenza di cascate in prossimità di Case Casale, la cui portata è legata al ciclo stagionale. Molto suggestivi sono i colori e i profumi delle specie floristiche.

Questo sentiero era l’antica via di collegamento fra Piandelloro e il fondovalle.

Molto interessanti sono le costruzioni a ridosso della cascata dopo Case Casale. Questo tipo di abitazioni, senza tetto perchè a ridosso di grandi cavità nella roccia, si ritrovano in altre località del gruppo come nella grotta del Petrienno (v. it. 6) e a Sasso Miglio (v. it. 7).

Relazione

Dal ponte sul fosso dei Mottari (414 m), si imbocca un’evidente carrareccia che si segue agevolmente. Dopo circa 150 m, a sinistra, si guada il fosso dei Mottari e si prosegue su un evidente sentiero in salita. Con alcuni stretti tornanti si risale il crinale fino a quota 500 m dove il percorso torna pianeggiante e traversa lungamente il versante destro della valle. Alternando macchie e radure, si oltrepassa un tratto sotto alte balze rocciose e quindi si scende e si attraversa il fosso. Si risale l’altro versante e si traversa verso destra dove poco oltre si giunge ad un netto bivio (590 m circa, 0.50 ore). A sinistra, una breve deviazione (0.15 ore A/R) permette di visitare le rovine di Case Casale. Posto sul crinale, con a fianco le tipiche costruzioni nella roccia, offre un pittoresco scorcio di questa isolata valle.

Ritornati sul sentiero principale, si prosegue per poco fino ad un altro bivio (600 m). Anche qui, una breve deviazione (0.20 ore A/R) permette di visitare un complesso di costruzioni a ridosso di un’alta parete di arenaria, proprio nei pressi di un torrente che forma delle cascate, sopra e sotto l’abitato. Il posto ha una notevole carica suggestiva. Tornati sul percorso principale, il sentiero in breve diventa pista e attraversa un castagneto fiancheggiando un fosso secco.

Sempre seguendo questa pista si devia nettamente a destra e si rimonta il crinale sotto il paese, ormai visibile dal basso. Lasciata la pista che rapidamente raggiunge la strada bianca soprastante, si prende la netta traccia che segue la cresta e facilmente si giunge dentro Piandelloro (804 m, 0.30 ore).

Andata e Ritorno

Forcella

Questa Villa ha origini antichissime poiché compare prima dell’anno mille sui documenti di Farfa in cui risulta essere un punto di riferimento dei beni dati in dotazione al monastero di Valledacqua all’atto della sua fondazione.

Nella zona troviamo infatti ben tre chiese facenti parte degli antichi possedimenti farfensi: la chiesa di San Giovanni presso Forcella, quella di San Pietro a Tallacano e la chiesa di San Silvestro a Rocchettta.

Le origini di Forcella risalgono però molto probabilmente all’epoca degli insediamenti goti nel comprensorio piceno. Infatti, sono stati rinvenuti in questa zona importanti oggetti di epoca alto medievale e precisamente un paio di orecchini d’oro e tre fibule d’argento ricoperte d’oro che Giulio Gabrielli ha riportato nel taccuino 45 da lui redatto. Gli oggetti sono ora conservati presso il Museo Archeologico Statale di Ascoli Piceno.

La chiesa all’interno del paese è dedicata a S. Antonio da Padova: gli abitanti nei loro testamenti la designano luogo di sepoltura e destinataria di lasciti per i poveri o di ducati per dotarla di dipinti, anche se nei documenti risulta essere solo una Cappella e il prete che la officia solo un Cappellano.

La villa venne smembrata dal territorio di Acquasanta nel 1831 per esser posta sotto quello di Mozzano e poi nel comune di Roccafluvione.

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Sopra: Piandelloro

Sotto: la grotta con le tipiche costruzioni addossate alla roccia vicino Case Casale

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Lungo il sentiero

Un paese a rischio

“Qualche famiglia è rimasta ad abitare nelle grotte minaccianti ruina. La S.V. dovrà provvedere che esse si trasferiscano nel nuovo casamento e che le grotte siano chiuse in maniera da non poter essere più abitate”. Acquasanta, novembre 1883. Con questa lettera del Prefetto si conclude una vicenda iniziata 4 anni prima, con l’allarme per un presunto masso pericolante sull’abitato di Piandelloro, che determinò la sua ricostruzione ex novo. È simpatico seguire la vicenda, raccontata dal Cognoli, in cui si sottolinea l’indolenza del Comune sul problema, tanto che il Prefetto “ironizza sul fatto che Acquasanta si permette spese voluttuarie, come il concerto musicale, e poi offre solo £. 300 per ricostruire un suo paese in pericolo. Risposta secca del Comune: la banda fu istituita non per voluttà ma utilità, e non del paese soltanto ma di tutte le ville del Comune”.